lunedì 9 settembre 2024

TRA METEO, CLIMA, PERE E MELE.

 


Quanti sono i fattori che influenzano il nostro clima? Tanti, direi sin troppi, a tal punto che facciamo una fatica immane per dare un senso alle montagne di dati che “piovono” da ogni parte quali vento, pressione, temperatura solare, temperatura ambientale, livelli di umidità ecc. e che ci hanno “insegnato” come possano influenzare gli andamenti quotidiani alternati tra pioggia e sole di cui possiamo leggere ogni giorno gli effetti.

La maggior parte di questi fattori sono fenomeni a breve termine, altri a lungo termine. I primi determinano il nostro “tempo” meteorologico ( non metereologico, mi raccomando ;-) ), mentre i secondi influenzano il nostro clima. E questa è la differenza essenziale tra “tempo” meteorologico e clima. Ta-Dah!!…è tutta una questione di tempo inteso però come quello che trascorre (sorpresona). Il “tempo” meteorologico è determinato dalle condizioni dell'atmosfera in un breve periodo mentre il clima è determinato dal modo in cui l'atmosfera si comporta in periodi di tempo relativamente lunghi ( ah…la Storia!) in funzione degli spazi. Ecco perché premetto, a mio modo di vedere le cose, che ben anche tutta l’Europa dovesse dissolversi in un sol botto, ciò non si ripercuoterebbe sui livelli di emissioni di CO2 che continuerebbero ad aumentare senza sosta, se cerchiamo di vedere il “panorama” nel suo insieme (e questi sono fatti). Basta dare un’occhiata a questo grafico con relativo commento qui: http://www.blueplanetheart.it/2018/12/si-chiude-un-anno-record-negativi-sara-lanno-verra-livello-emissioni-co2/ per rendersene conto. E’ indubbio quindi che tirare in ballo ogni due per tre le quote di anidride carbonica pro capite assomigli sempre di più ad un discorso pretestuoso sempre più lontano da quelli che dovrebbero essere i veri obiettivi. Quello che mi irrita, e non poco, è che non si tratta di non esserne in grado, ma che non ne abbiamo l’intenzione. Motivi geopolitici e di RESHORING, ossia la decisione di una azienda di riportare la produzione nel proprio paese d'origine, tanto per fare qualche esempio che dovrebbe essere chiaro a tutti. Meglio girarsi dall’altra parte quando è evidente che lo sfruttamento dell’area asiatica e del sud del mondo creati dalla globalizzazione, sono tra i principali motivi dell’aumento di concentrazioni di gas serra negli ultimi 30 anni. Ma parlare di de globalizzazione non è cosa per anime pie, ma da eretici da bruciare sul rogo, evidentemente.

Ma anche questo è un altro discorso, pur costituendo il nocciolo del problema. Chi studia (seriamente) questo argomento sa che ci attendono molti cambiamenti, ma sanno anche che meteo e clima sono fenomeni non lineari e prevedere esattamente come cambierà il nostro tempo man mano che il clima si altera nel lungo periodo è qualcosa di complesso e frustrante.

Determinare se un singolo evento, per quanto dannoso, sia il risultato o meno del cambiamento climatico è quasi impossibile data la mole di altri fattori a breve termine che ne possono influenzare la comparsa.

Anche determinare come sta progredendo il cambiamento climatico è difficile perché sono necessari set di dati a lungo termine per costruire una valutazione accurata.

Resta il fatto che il “tempo” meteorologico può cambiare rapidamente; il clima cambia molto lentamente… Ma dai?! Ed allora spiegatemi che senso avrebbe proporre soluzioni lenitive locali (dissesto idrogeologico, cementificazione del territorio ad esempio (vedasi Emila Romagna), indiscutibili…(ma le infrastrutture da quale “cilindro” usciranno?), se non mera propaganda “casereccia” quando poi si prosegue con cavolate smascherabili anche da uno studente di una qualsiasi scuola di II° grado del tipo che il processo economico globale non si deve discutere vedi, gli accordi di Kyoto e Parigi (inutile sottolineare come si tratti di scelte compiute dall’uomo), partiti come la pole di Leclerc in qualifica ma dovendosi poi confrontare con il gradino più alto del podio di Verstappen in gara.

CLIMA Vs METEO: SPAZZATURA DENTRO, SPAZZATURA FUORI.

 


C’è una informazione funzionale che si deve al solito districare tra l’eterna polarizzazione degli estremi (l’esperienza vissuta con il Covid pare non aver insegnato proprio nulla). E c'è ovviamente una disinformazione ”giusta ed una sbagliata”. Ma santa pace, i dati sono quelli anche se poi abbiamo capito che i dati c’è chi li legge o li cita a seconda della propria convenienza con il “solido” criterio de: questo sì/questo no senza preoccuparsi di far comprendere che una delle sfide più impegnative che la scienza sta affrontando riguarda la comprensione del ruolo del cambiamento climatico rispetto ai modelli meteorologici naturali e alla variabilità climatica a dispetto di una disponibilità limitata di dati osservativi di alta qualità (https://cleantechnica.com/2023/03/11/the-growing-impact-of-attribution-science-in-climate-science/). Confondere le idee tra QUANTITA’ E QUALITA’ è sempre più “sport compulsivo” di cui non poter fare a meno. 

Purtroppo se solo qualcuno si azzarda a precisare o anche criticare il messaggio vessillo dei grandi Media, ecco il fiorire farlocco di post ed articoli su cui costruire le proprie “verità”. Sempre a seconda da quale lato del polo provengano di volta in volta, ovviamente. E gli esempi non mancano, spesso portati avanti da coloro che sostengono di NON confondere il clima con la meteorologia, per poi finire di confondere la meteorologia con il clima. Ma questo è un altro discorso.

Ne cito due a caso, naturalmente, tanto per rimanere in tema, agli antipodi. (I) Rispondendo a Elena Dusi, che gli chiede se ritiene che il caldo di questi giorni sia normale, il meteorologo Sottocorona dichiara: “Non penso che sia normale. Penso che l’auto su cui ci troviamo stia sbandando e occorra intervenire al più presto. Ma non sopporto le esagerazioni”. (https://www.repubblica.it/cronaca/2023/07/18/news/sottocorona_meteorologo_negazionista-408171237/). E, bada ben bada ben, è subito partita la caccia al negazionista. 

(II) James G. Anderson, professore di chimica atmosferica all'Università di Harvard nel 2018 lanciò il messaggio che nei prossimi cinque anni sarebbero stati necessari interventi per ridurre l'inquinamento da carbonio per preservare il ghiaccio artico. L'attivista per il clima Greta Thunberg ha poi condiviso un tweet che citava l’articolo e non le esatte parole pronunciate dal professore (https://web.archive.org/web/20180501150731/https://gritpost.com/humans-extinct-climate-change/). Ed ecco il proliferare di immancabili post sui social media che hanno distorto il tweet della Thunberg per affermare falsamente di aver predetto l'estinzione umana entro il 2023.

Buona scelta a tutti. Da parte mia…untalked about it!

domenica 8 settembre 2024

UN BRICIOLO DI STORIA PER COMPRENDERE IL MOVIMENTO ANTI VACCINO - SECONDA PARTE.

 


PREMESSA: non tutto è no-vax, nel senso più estremista del termine.


Gli storici che si sono occupati dell’evolversi della medicina negli anni, sottolineano come le sacche più radicali di resistenza ai vaccini, si ispirassero sempre a strategie di comunicazione standardizzate ed enfatiche da parte di alcuni personaggi sicuramente dotati di maggior carisma rispetto ala massa, che si adoperavano per convogliare i diversi sentimenti popolari di avversione ai vaccini in un’unica forma di contestazione.

Un esempio di quanto vado scrivendo, si verificò a Montreal, nel 1885, dove, a seguito di una grave epidemia di vaiolo, il Consiglio Comunale della città, rese obbligatoria la vaccinazione, incontrando una forte resistenza, specialmente da parte della popolazione francofona, che sbandierava un “libretto” dai toni fortemente polemici (https://hdl.handle.net/2027/aeu.ark:/13960/t7wm29713 pag. 5-8), scritto dal Dr. Alexander M. Ross, leader di un movimento contro la vaccinazione anti-vaiolosa e che per accrescere la propria autorevolezza e popolarità non esitò ad auto incensarsi come il solo medico in grado di contrastare e mettere in dubbio, l’efficacia della vaccinazione. Salvo susseguentemente essere clamorosamente smentito nei fatti dalle Autorità che rinveniranno sul suo corpo i segni della  vaccinazione.

Ad ogni buon conto, questo “libretto”, è ritenuto  dagli storici della medicina, un valido esempio di contenuti cavillosi quanto ingannevoli, che tendono ad essere utilizzati e ripetuti negli anni (https://theconversation.com/covid-19-anti-vaxxers-use-the-same-arguments-from-135-years-ago-145592), dagli ambienti contrari ai vaccini e che si possono riassumere nei seguenti punti:

Minimizzare il rischio di una malattia.

Affermare che il vaccino causi la malattie, o sia inefficace o peggio, entrambe le cose.

Dichiarare che la vaccinazione rientra nei piani di una cospirazione più ampia.

Citare autorità “alternative” che possano legittimare le tesi sostenute.

Su quest’ultimo punto è utile qualche delucidazione. il movimento anti-vaccino, più radicale ha una lunga tradizione nel conferire il titolo di "esperti" a coloro che sostengono quel genere di tesi e peggio ancora, nell’estrapolare al di fuori del reale contesto, frasi di terzi. Durante il 19° secolo, i dibattiti sulla vaccinazione hanno spesso visto il contributo di una ristretta cerchia di medici che denigravano la vaccinazione, definendola una pratica "sporca" e "cattiva" (https://www.cambridge.org/core/journals/medical-history/article/politics-of-prevention-antivaccinationism-and-public-health-in-nineteenthcentury-england/160A0FE00C0D60AC0AF87DCC3D444523), sebbene le loro argomentazioni fossero costantemente confutate da evidenze incontrovertibili prodotte a confutazione dalla Comunità Scientifica Internazionale anche se nell'era moderna dei media e delle piattaforme digitali, le strategie di disinformazione si fossero evolute ed ampliate. (https://www.academia.edu/40375658/Evidence_based_strategies_to_combat_scientific_misinformation).

Ne costituisce un esempio pratico il caso dell'ex medico ormai screditato, Andrew Wakefield, postosi a capo del moderno movimento anti-vaccinista che pubblicò uno studio successivamente definito “fraudolento” che collegava il vaccino MMR (morbillo, parotite, rosolia) all'autismo. ( https://www.bmj.com/content/342/bmj.c7452 ).

Ora, se ci catapultiamo, nella realtà attuale, cosa riferiscono i medici addetti alle vaccinazioni anti-Covid? Riferiscono che molto spesso si imbattono in persone “riluttanti” alla vaccinazione, ma semplicemente indecisi, perché frastornate da messaggi comunicazioni spesso discordanti, informazioni scientifiche spesso approssimative ( vedi testate giornalistiche ed interessi politici ) e da decisioni politiche francamente discutibili. Si tratta di persone che legittimamente nutrono qualche dubbio, specifico e ben definito, e che sono alla ricerca di una risposta esaustiva, credibile e coerente e non sicuramente annoverabili tra i gruppi più radicali e compatti degli ambienti “no-vax”.

Un esempio? Nel periodo in cui non esisteva ancora alcun vaccino contro il Sars-Cov-2, il Dr Paul Allan Offit, direttore del Centro di vaccinazione dell’ospedale pediatrico di Philadelphia, intervistato sul tema vaccini dichiarava: “ Se mi chiedeste ora se io sia disposto a fare un vaccino anti COVID-19, la mia risposta sarebbe “no finché non avrò visto i dati “. ( https://www.theguardian.com/society/2020/aug/30/how-the-race-for-a-covid-19-vaccine-got-dirty ).

Secondo Bernice Hausman, capo del Dipartimento di scienze sociali al Penn State College of Medicine in Pennsylvania, e autrice del recente libro ” Anti/Vax: Reframing the Vaccination Controversy “ uno dei motivi importanti per considerare nel  modo più appropriato e completo possibile, lo scetticismo di molte persone – non necessariamente no vax – quando si parla di vaccino, è capire che quasi sempre a fomentare quell’esitazione non è un problema solo di informazione bensì di mancanza di fiducia. 

Come chiarisce la stessa Hausman: “mentre la gran parte degli esperti in sanità pubblica e scienziati, si concentra nello spiegare alla popolazione i benefici generali derivanti dall’impiego dei vaccini, le persone non valutano un eventuale problema derivato dal vaccino a livello di popolazione, bensì lo valutano sulla propria persona. Per questo motivo è importante comprendere le ragioni profonde e specifiche alla base delle singole preoccupazioni”. (https://www.theguardian.com/society/2021/jan/26/could-understanding-the-history-of-anti-vaccine-sentiment-help-us-to-overcome-it).

Ed ancora, nel suo libro intitolato “Stuck: How Vaccine Rumors Start ― and Why They Don't Go Away”, l’antropologa americana Heidi Larson, coordinatrice del progetto per contrastare la disinformazione circa i vaccini denominato Vaccine Confidence Project, sostiene che “il successo di una campagna vaccinale è in larga parte fondato sulla solidità di un contratto sociale tra le persone. Un contratto sociale troppo spesso dato per scontato, in cui vaccinarsi sarebbe un atto banale come lavarsi il viso ogni mattina. Non è così! Perché l’adempimento di quel contratto è oggi minato dalla realtà in essere di un contesto più ampio in cui prevalgono sentimenti di anti-globalizzazione, nazionalismo e populismo”. La stessa Larson, continua poi, in una intervista a ribadire come “il cercare una cooperazione ed un dialogo siano ovviamente auspicabili, ma farlo contando solo sulla comunicazione corretta dei fatti non sia sufficiente. I dati che dimostrano la validità e l’efficacia dei vaccini sono innumerevoli, ciò nonostante le informazioni sulla rete ed attraverso altri canali mediatici, si mescolano senza alcun criterio distintivo a elenchi più o meno dettagliati di rischi reali o percepiti, varia aneddotica ed esperienze personali o riferite”.

Citando l’epidemiologo australiano Stephen Leeder, sempre la Larson conclude dicendo: “I fatti non vengono rifiutati perché sono considerati sbagliati, ma perché sono ritenuti irrilevanti. Per questo motivo occorrerebbe privilegiare più le storie personali che le statistiche”. (https://www.newscientist.com/article/mg24833090-300-vaccine-misinformation-can-be-fatal-how-can-we-counter-it/).

Ovviamente c’è anche chi, come il giornalista britannico Toby Young, nell’articolo https://www.spectator.co.uk/article/The-dangers-of-censoring-anti-vaxxers, sostiene la tesi opposta, ossia che appellarsi ai sentimenti ed alle emozioni avvalendosi di aneddoti per rassicurare le persone che hanno riserve sul vaccino sia un’operazione controproducente.

Tutto questo comunque, mi allontana dal presupposto con cui ho iniziato a scrivere il post, e per il quale mi auguro di essere stato il più obiettivo possibile.

UN BRICIOLO DI STORIA PER COMPRENDERE IL MOVIMENTO ANTI VACCINO - PRIMA PARTE.

 


PREMESSA: non tutto è no-vax, nel senso più estremista del termine.


Scrivo questo inevitabilmente lungo, dato l’argomento, post - diviso in due parti - , non per essere “politicamente corretto”, quanto per dimostrare, attraverso fatti storici, quindi accaduti, che non vi è nulla di nuovo in quanto assistiamo oggi come contestazione, a volte anche estrema, alla validità ed efficienza sia dei più recenti vaccini anti-Covid sia dei vaccini in senso lato, senza però con questo cadere nell’errore di voler ” fare di tutta l’erba un fascio”.  Sin dalla fine del 1800 si possono rinvenire raffigurazioni in cui serpenti definiti “vaccination”, piuttosto che non vari scheletri, inseguivano giovani donne con in braccio il proprio figlio - vedi immagine del post.

Ciò dimostra che i movimenti in contrasto con le vaccinazioni, abbiano origini lontane nel tempo. 

Resto, come premesso, convinto che, una personale, sia pur modesta, analisi storica possa, delineare come un sentimento spontaneo di gruppi contrari ai vaccini, non necessariamente debba sfociare in un radicale movimento che, sinteticamente, viene dai più etichettato come “no-vax”, ghettizzando l’informazione senza tener in considerazione le considerazioni motivazionali e storiche che ne sono all’origine. E tutto questo con il fine di ricercare un dialogo, piuttosto che un inutile muro contro muro, per rinvigorire o migliorare un processo di comunicazione ormai sovrastato da frange più estreme. 

Torniamo quindi indietro nel tempo, a quando Edward Jenner, considerato il padre del vaccino contro il vaiolo, si accorse che le donne che mungevano le mucche, spesso contraevano dalle stesse una malattia lieve, chiamata cow pox, ossia vaiolo vaccino, caratterizzato da croste sulle mammelle delle vacche e che le rendeva immuni al vaiolo umano ben più clinicamente grave e pericoloso. Nel 1796 Edward Jenner prelevò del materiale contagiato e purulento dalle bolle provocate dal vaiolo vaccino di una mungitrice e lo inoculò in un bambino di otto anni di nome James. Il bambino non si ammalò gravemente e se la cavò con una piccola cicatrice sulla pelle ed un po’ di febbre. Trascorsi alcuni mesi, il Dr Jenner inoculò nel bambino il vaiolo umano, senza che questi manifestasse segni di malattia. Fu questa la prima risposta immunitaria attiva contro il vaiolo. Inutile dire che tutte le implicazioni che seguirono questa intuizione raccolsero pubblicamente molte critiche la cui logica spaziava dalle obiezioni sanitarie e religiose sino a quelle più rigorosamente scientifiche o politiche, tanto che molte persone si opposero decisamente perché credevano che tutto ciò  potesse condurre ad una violazione della loro libertà personale, opinione che si diffuse ancor di più quando, successivamente, il governo adottò progressivamente politiche di vaccinazione obbligatoria.

Una legge promulgata nel 1853 stabilì la vaccinazione obbligatoria per i bambini fino a 3 mesi di età ed una successiva legge del 1867 estese quest’obbligo ai 14 anni aggiungendo sanzioni per il rifiuto del vaccino. Fu così che come risposta alle decisioni del governo cominciarono a circolare diverse pubblicazioni periodiche contrarie ai vaccini ( https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1123944/  ) e si formarono i primi due movimenti anti-vaccino, ossia la Anti Vaccination League e la Anti-Compulsory Vaccination League. 

La città di Leicester divenne presto un covo di attivisti anti-vaccino e sede di molte proteste e la dimostrazione di Leicester del marzo del 1885 rappresentò una delle più famose manifestazioni anti-vaccinazione con oltre 80.000-100.000 partecipanti.

Tutte queste manifestazioni nonché l'opposizione che giungeva da più parti verso i vaccini portano allo istituzione di una commissione con lo scopo di studiare i benefici della vaccinazione. Nel 1896 la commissione stabilì che la vaccinazione proteggeva dal vaiolo, ma suggerì di rimuovere le sanzioni per la mancata vaccinazione. Quello che viene tutt’ora definito Vaccination Act del 1898 rimosse le sanzioni ed incluse una clausola definita di “obiezione di coscienza", in modo tale che i genitori che non credevano nella sicurezza o nell'efficacia della vaccinazione potessero ottenere un certificato di esenzione. ( https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1123944/ ).

Contestualmente, Verso la fine del XIX secolo, anche negli Stati Uniti le epidemie di vaiolo portarono a campagne di vaccinazione contrastate anche qui da organizzazioni contrarie ai vaccini. Nacque così l’Anti Vaccination Society of America, fondata nel 1879, a seguito della visita in America del principale anti-vaccinazionista britannico William Tebb a cui si aggiunsero la New England Anti-Compulsory Vaccination League (1882) e la Anti-vaccination League di New York City (1885). Grazie al fiorire di queste organizzazioni gli anti-vaccinazionisti americani intrapresero alcune controversie giudiziarie per abrogare le leggi sulla vaccinazione in diversi stati tra cui California, Illinois e Wisconsin.

Nel 1902, a seguito di un'epidemia di vaiolo, il Consiglio Sanitario della città di Cambridge, nel Massachusetts, ordinò a tutti i residenti della città di essere vaccinati contro il vaiolo, ma un cittadino , tal Henning Jacobson rifiuto’ la vaccinazione adducendo che la legge violava in tal modo il suo diritto di prendersi cura in prima persona del proprio corpo e come reazione lo Stato a nome della città sporse denuncia contro di lui. Jacobson ricorse in  appello alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Nel 1905 la Corte si pronunciò a favore dello Stato, stabilendo che lo Stato poteva emanare leggi obbligatorie per proteggere la collettività in caso di malattie trasmissibili. Questa fu in sostanza, la prima sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che sanciva una autorità degli Stati a tutela del diritto della salute pubblica. ( Gostin, L. Jacobson vs. Massachusetts at 100 years: Police powers and civil liberties in tension. AJPH. 2005;95:576-581. Accessed 01/10/2018 e Albert, M., Ostheimer, K.G., Breman, J.G. The last smallpox epidemic in Boston and the vaccination controversy N. Engl. J. Med. 2001;344. Accessed 01/10/2018 ).

Non c’è che dire, anche una ricostruzione storica, basata su evidenze bibliografiche, assume sempre ben altra valenza rispetto alle “chiacchiere”. ;)).

E’ ragionevole pensare che la diffidenza delle persone nei confronti dei vaccini nel corso del XIX secolo, ma anche successivamente, nascesse dal fatto che benché la vaccinazione avesse prodotto fin da subito benefici di gran lunga superiori ai rischi, per molto tempo fu un atto medico che dallo sviluppo alla somministrazione, venne condotto in condizioni non certamente sicure rispetto a quanto non lo siano oggi. Le condizioni igieniche in cui veniva praticato non erano assolutamente ottimali e ciò aumentava il rischio di sviluppare patologie secondarie, senza contare che gli effetti collaterali potevano essere molto spesso spiacevoli e prolungati nel tempo, con il rischio che si potesse anche perdere il posto di lavoro a causa della convalescenza. Nel corso della seconda metà del Novecento, grazie al fatto che la ricerca mise a disposizione un numero considerevole di vaccini per contrastare altrettante patologie, aumentarono decisamente le campagne di vaccinazioni. Purtroppo, non furono sempre “rose e fiori” e ci si trovò a volte di fronte ad impreviste battute di arresto che se da una parte fornirono argomenti agli ambienti contrari ai vaccini, dall’altra permisero di affinare le tecniche migliorando le procedure di controllo e sviluppo, assicurando più elevati standard igienici.

Una di queste battute di arresto, ad esempio, si verificò quando a Lubecca, in Germania, nel 1929, un lotto contaminato del vaccino antituberclare, causò il decesso di ben 72 bambini, dando vita a numerose azioni legali ( “A disaster caused by use of Bacillus Calmette-Guérin (BCG) for tuberculosis vaccination struck the German city of Lübeck” - National Library of Medicine: 

Timeline Category- Diseases & Vaccines ). Tutto ciò causò sia una fibrillazione del sentimento anti vaccinista che un deciso arresto delle campagne di vaccinazione contro la tubercolosi. Campagne che ripresero solo dopo gli anni Cinquanta/Sessanta, coadiuvate dall’azione di numerosi quanto efficaci farmaci antitubercolari. 

Attualmente la vaccinazione antitubercolare è obbligatoria per i bambini residenti in zone fortemente endemiche, ed il vaccino è noto come BCG (bacillo di Calmette Guérin) e possiede un'efficacia vicina all’ 80% nella prevenzione delle forme gravi infantili. 

( somministrato in età adulta è inefficace ).

sabato 15 giugno 2024

UN INNOVATIVO APPROCCIO TERAPEUTICO BASATO SULLA CLICK CHEMISTRY APRE LE PORTE A FUTURE APPLICAZIONI PER ALCUNE PATOLOGIE SU BASE GENETICA.


Nonostante il nostro genoma contenga un numero ancora imprecisato di geni (all’incirca “solo” 25.000), il nostro organismo è composto da una numerosa varietà di tipologie cellulari diverse, ciascuna in grado di soddisfare le più disparate funzionalità corporee. Sappiamo poi che le diversità di forma e funzione tra le varie  tipologie cellulari sono da  ascriversi  al modo con cui i geni vengono espressi. Partendo da questi semplici presupposti i ricercatori del MIT hanno elaborato una rivoluzionaria tecnica basata sulla chimica dei click (Click Chemistry appunto a proposito della quale ho già scritto qui: https://ilgeneegoista.blogspot.com/2022/10/il-nobel-per-chimica-2022cala-il-tris.html) per identificare i geni attivi in fase di trascrizione all'interno di singole cellule.

La metodologia proposta, che consiste nel sequenziare l'RNA nascente di una singola cellula per tradursi in una trascrizione coordinata onnicomprensiva, offre un'opportunità senza precedenti per indagare i processi molecolari che regolano l'espressione genica a livello cellulare. Per farla breve, questo approccio innovativo consentirebbe ai ricercatori di identificare con precisione quali geni siano attivamente trascritti in un dato momento e di studiare come tali processi siano regolati in condizioni sia fisiologiche che patologiche.


Tanto per far mente locale, giova ricordare che la trascrizione dell'RNA è un processo dinamico che non avviene in maniera continua, ma piuttosto attraverso fasi intermittenti. Questa natura intermittente della trascrizione consente ai geni di essere attivamente espressi in determinati momenti e silenziati in altri. A tutto ciò aggiungiamo che la tempistica con cui si manifestano queste accelerazioni nella trascrizione dei geni dipende ed è regolata dall'attività di alcune “regioni” del genoma, note come "intensificatori". Gli intensificatori, più semplicemente, sono sequenze di DNA non codificanti che agiscono come siti di legame per fattori di trascrizione e altri co-fattori, facilitando in tal modo l'interazione tra i regolatori genici e l’attività trascrizionale. In parole povere, quando un segnale stimola l'attivazione di uno specifico gene, gli intensificatori agiscono sotto forma di “ponti molecolari” consentendo una rapida e coordinata accelerazione della trascrizione in quella regione del genoma.


Il Professore Phil Sharp, genetista e biologo del MIT, autore dell'articolo (https://www.nature.com/articles/s41586-024-07517-7#Sec8), ha recentemente sottolineato l'importanza di questa innovativa metodologia che consente ai ricercatori di osservare con precisione temporale l'attivazione della trascrizione genica. In sostanza, questo approccio avanzato permetterebbe di misurare con estrema precisione i cambiamenti nella trascrizione genica nel corso del tempo fornendo una prospettiva senza precedenti sulla dinamica dell'espressione genica a livello cellulare tracciando i momenti in cui determinati geni vengono attivati in modo massimale e conseguentemente esaminando come tali eventi siano correlati con l’attività degli intensificatori nel genoma.


Dal punto di vista pratico, per mettere in atto una simile metodologia i ricercatori hanno aggiunto alle cellule nucleotidi modificati contenenti uno speciale gruppo alchino. Durante una fase di accelerazione trascrizionale, i nucleotidi modificati sono stati incorporati nell'RNA. Il passo successivo è stato quello di isolare i nuclei dalle singole cellule per annettere un DNA barcode (in parole semplici uno strumento basato su sequenze di DNA) ai gruppi alchinici sui nucleotidi modificati grazie all’impiego della reazione di cicloaddizione azide-alchino catalizzata dal rame e cioè una delle reazioni chimiche più “eleganti” ed efficienti della Click Chemistry. In conclusione, essendo ogni DNA barcode unico per ogni nucleo di ogni singola cellula, i ricercatori hanno avuto l’opportunità di tracciare esattamente quali geni stessero subendo un’accelerazione di trascrizione all’interno di ogni specifica cellula.


Resta il fatto che lo studio è stato condotto utilizzando cellule staminali embrionali del topo, per cui non sappiamo ancora cosa potrà accadere quando dal laboratorio i trials verranno trasferiti sull’uomo per riprodurre al meglio lo stesso processo dimostrando benefici, sicurezza ed affidabilità. Tuttavia, vista la potenzialità indubbia di una simile scoperta, la “scommessa” può essere accettata in vista di un futuro sviluppo di nuovi trattamenti per molte malattie su base genetica.


domenica 9 giugno 2024

L’EMA APPROVA AWIQLI l’INSULINA A SOMMINISTRAZIONE MONO SETTIMANALE PER I PAZIENTI DIABETICI MENTRE L’FDA E’ PIU’ CAUTA.


Già!!! Ma per quale tipologia di pazienti diabetici? Quella con diabete tipo 1 (detto anche insulino-dipendente), quella con diabete tipo 2 (detto anche non-insulino-dipendente), entrambe, solo una di loro o cosa? Sarebbe davvero desolante se la triste vicenda del vaccino anglo-svedese-italiano Vaxzevria non avesse insegnato nulla in tema di autorizzazioni e comunicazione.


Per chi non lo rammentasse tra la fine del 2020 ed il 2021 mentre l’EMA, più per questioni politiche che altro, andava avanti a spron battuto a colpi di nullaosta, negli USA la musica era molto diversa dal momento che all’FDA i trials condotti proprio non quadravano un granché, tanto da richiederne di supplementari.

Ora, con Awiqli, la rivoluzionaria insulina icodec della Novo Nordisk, non vorrei assistere allo stesso film, sia pure con i dovuti distinguo. Il comitato dell’EMA ha affermato in una nota che l’insulina settimanale “sarà utilizzata principalmente nei pazienti con diabete di tipo 2 e dovrebbe essere utilizzata solo nei pazienti con diabete di tipo 1 per i quali si prevede un chiaro beneficio dalla somministrazione una volta alla settimana”(https://www.ema.europa.eu/en/medicines/human/EPAR/awiqli). Precisamente, nella sezione Why is Awiqli authorised in the EU si può leggere: “For type 1 diabetes, there are concerns about the higher risk of hypoglycaemia compared to daily long-acting insulin. People with type 1 diabetes should therefore only be started on Awiqli if there are clear benefits of a weekly treatment. Side effects were considered manageable with hypoglycaemia being the most common side effect.

The European Medicines Agency therefore decided that Awiqli’s benefits are greater than its risks and that it can be authorised for use in the EU”.

Tradotto: “Per il diabete di tipo 1, ci sono preoccupazioni circa il rischio più elevato di ipoglicemia rispetto all’insulina ad azione prolungata giornaliera. Le persone con diabete di tipo 1 dovrebbero quindi iniziare il trattamento con Awiqli solo se ci sono chiari benefici derivanti da un trattamento settimanale - (al che risorge spontanea la domanda…chiari benefici?…ma chi lo stabilisce? I singoli Centri Antidiabetici?…in base a quali evidenze e criteri?… o gli Enti Regolatori?) - Gli effetti collaterali sono stati considerati gestibili e l’ipoglicemia è stato l’effetto collaterale più comune. L’Agenzia europea per i medicinali ha quindi deciso che i benefici di Awiqli sono superiori ai suoi rischi e che può essere autorizzato per l’uso nell’UE”.


Aggiungiamo poi che l’informazione mediatica, come spesso accade, fa la sua parte senza apparenti distinzioni del tipo: “L’insulina settimanale è una innovazione attesa da tempo sia per le persone con diabete di tipo 1 e 2, per gli effetti positivi sia dal punto di vista clinico che sociale - sottolinea il presidente della Società italiana di diabetologia (SID) -. Auspichiamo quindi che Aifa dia il suo nullaosta all’approvazione di questa insulina innovativa, che coniuga benefici clinici a sostenibilità ambientale grazie alla diminuzione nel numero di penne utilizzate e quindi all’uso della plastica”. (https://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/medicina-e-ricerca/2024-05-28/medici-e-pazienti-l-insulina-settimanale-rivoluzione-la-gestione-diabete-aifa-agisca-presto-161744.php?uuid=AFWyGShB).


Una comunicazione come spesso accade piuttosto “fumosa”, visto che comunque si raccomanda anche la seguente indicazione: “In patients with type 1 diabetes mellitus, Awiqli must be combined with short-acting insulin to cover mealtime insulin requirements” (Nei pazienti affetti da diabete mellito di tipo 1, Awiqli deve essere associato a insulina ad azione rapida per coprire il fabbisogno insulinico durante i pasti) e precisamente nella sezione “How Awiqli is used” (https://www.ema.europa.eu/en/medicines/human/EPAR/awiqli), con tanti saluti al beneficio della mono-somministrazione ed alla sostenibilità. 

Fumosa…soprattutto se confrontata con le decisione dell’FDA che ha provveduto, al contrario dell’EMA, ad alzare l’asticella, soprattutto per i pazienti con diabete di tipo 1. 


Il Comitato indipendente di esperti dell’ FDA sui farmaci endocrinologici e metabolici ha infatti optato per dichiarare che l’impiego di Awiqli negli adulti con diabete di tipo 1 comporta rischi eccessivi per raccomandarne l’approvazione in questa popolazione. Più nello specifico con una votazione di 7 contro 4 si è voluto precisare che la Novo Nordisk non ha dimostrato che i benefici della sua insulina icodec a lunga durata d'azione superassero i rischi di sviluppare collateralmente una indesiderata ipoglicemia clinicamente significativa, a volte anche grave nei pazienti adulti con diabete di tipo 1.(Sebbene non sia stato discusso durante la riunione, giova anche aggiungere che il farmaco è in fase di REVISIONE anche per gli adulti con diabete di tipo 2). Dati alla mano, nello studio ONWARDS 6 (https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(23)02179-7/fulltext#%20), coloro che assumevano Awiqli presentavano l’80% in più di probabilità di manifestare episodi ipoglicemici moderati o gravi rispetto a quelli che assumevano l’insulina degludec. La stessa Novo Nordisk ha riconosciuto questa evidenza, impegnandosi in ulteriori controlli e studi tanto che il portavoce ufficiale ha dichiarato: "Continueremo a lavorare a stretto contatto con l’ FDA per identificare i prossimi passi necessari per contribuire a fornire questa nuova opzione di trattamento per gli adulti che convivono con il diabete”.

Quanto all’efficacia Awiqli una volta alla settimana, sempre nei soggetti con diabete di tipo 1, si è rivelato efficace quanto le iniezioni multiple giornaliere di insulina degludec, il farmaco insulinico comparatore impiegato nello studio cardine di fase 3 ONWARDS 6. Questi sono in sintesi i motivi per cui i membri del Comitato Consultivo hanno concluso che Awiqli non offre vantaggi significativi rispetto all’attuale gold standard terapeutico per questa tipologia di pazienti. (https://www.fdanews.com/articles/213737-risk-of-hypoglycemia-trips-once-weekly-insulin-at-adcomm).


Ad onor del vero, sebbene l’FDA di solito segua le raccomandazioni del suo panel di esperti, non è obbligata a farlo anche se la “storia” ci suggerisce che molto raramente si è assistito ad una inversione di rotta. 

Che la votazione sia stata controversa non c’è dubbio, tuttavia hanno prevalso i voti negativi per l’utilizzo nei pazienti con diabete di tipo 1 (7 a 4, come già scritto). Non a caso il presidente della commissione, Cecilia C. Low Wang, professoressa di medicina presso l'Anschutz Medical Campus dell'Università del Colorado, ha votato no, sia pure a malincuore, dichiarando: “penso che avere a disposizione più opzioni terapeutiche sia estremamente importante per i miei pazienti con diabete, in particolare per i miei pazienti con diabete di tipo 1, perché al momento si tratta di un'area poco studiata. Tuttavia temo che l'approvazione di icodec sulla base di dati ancora inadeguati potrebbe rivelarsi un'operazione in grado di disincentivare ulteriori studi che ritengo necessari per poter impiegare l’Awiqli in modo sicuro nei pazienti con diabete di tipo 1."


In conclusione, l’EMA, con la sua approvazione, enuncia la raccomandazione che “le persone affette da diabete di tipo 1 dovrebbero iniziare la terapia con Awiqli solo se il trattamento settimanale apporta chiari benefici”, senza tuttavia precisare alcun raziocinio né di identificazione dei criteri con cui stabilire come si individui l’apporto di tali “chiari benefici”, né del perchè e per quale definita sotto- popolazione di pazienti con diabete di tipo 1. 


Il Panel di Esperti del Comitato consultato dall’FDA, al contrario e molto più semplicemente, ha sì concordato che l'insulina icodec potrebbe giovare ad una sotto-popolazione di pazienti con diabete di tipo 1, ma senza trovare alcun consenso su quale possa essere questo sottogruppo di pazienti. In soldoni, la palla è stata rispedita al mittente, sostenendo che è responsabilità della Novo Nordisk identificare questa popolazione, testare il farmaco esclusivamente su di essa e dimostrarne la sicurezza in un altro studio clinico. Della serie…se (il ragionamento) fila…non fa un grinza.


mercoledì 29 maggio 2024

NON SI CAVA IL SANGUE DA UNA RAPA ANCHE SE SEI UN “PLURIDECORATO AL MERITO DELLA SCIIENZAH”: IDROSSICLOROCHINA…ONCE AGAIN.


Forse non tutti rammentano quando durante il periodo più nero della pandemia COVID il medico francese Didier Raoult si sperticava nell’affermare di aver individuato una cura, l’idrossiclorochina, con relativa ampia eco mediatica grazie anche al galvanizzato “endorsement” di Donald Trump (https://www.nytimes.com/2020/04/01/health/hydroxychloroquine-coronavirus-malaria.html). Superfluo dire che tale affermazione fu ampiamente messa in discussione da moltissimi altri scienziati, mentre è meno scontato pensare che una simile querelle continui ancora adesso (motivo del Post). Ma chi è il Dr Didier Raoult? Un microbiologo francese in pensione (ma…Toh!) specializzato in malattie infettive che incarna tutto quanto gira per il verso sbagliato nell’attuale campo della ricerca scientifica. Eppure…dal 2008 al 2022 ha diretto l’Istituto di Ricerca sulle malattie tropicali a Marsiglia…eppure è autore di 2.300 pubblicazioni (in pratica la bellezza di 2 a settimana per vent’anni) nonché uno dei microbiologi più menzionati al mondo (il perchè sarebbe inutile ripeterlo, dal momento che poneva la sua firma su tutti gli studi che chiunque pubblicasse all’interno del suo Istituto).

Che poi le malattie tropicali abbiano un nesso con il Sars-Cov-2, almeno per il sottoscritto, rimane un mistero mentre non lo è il fatto che l’idrossiclorochina trovi impiego come antimalarico, farmaco che ovviamente il Dr Raoult conosce bene. E così, passare dal trattamento della Malaria alla Covid è stato un attimo tanto che nel 2020, l’illustre medico pubblicò un piccolo studio in cui sosteneva che l’idrossiclorochina fosse in grado di aiutare a curare la Covid (https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0924857920300996?via%3Dihub). Peccato che, come segnalato dalla microbiologa Elisabeth Bik, le persone assegnate al gruppo in trattamento farmacologico fossero mediamente molto più giovani rispetto a quelle del gruppo di controllo il che spiega plausibilmente la differenza nei risultati. Per non parlare del fatto che le 6 persone decedute fossero state rimosse dalla casistica. Lo studio ha comunque superato la peer review entro le 24 ore.


Non c’è quindi nulla da meravigliarsi se il Dr Raoult abbia raccolto un vasto seguito di sostenitori anche grazie ai suoi numerosi Tweet. Purtroppo (per Lui) però, gli studi e gli approfondimenti continuarono, mentre gli iniziali entusiasmi, andavano via via scemando (fatto salvo che per i suoi fedeli accoliti) dal momento che quei risultati dello studio non riuscivano ad essere dimostrati né riprodotti in alcun modo. Indagini più ampie (https://www.nbcnews.com/health/health-news/another-large-study-finds-no-benefit-hydroxychloroquine-covid-19-n1212886#:~:text=Coronavirus-,Another%20large%20study%20finds%20no%20benefit%20to%20hydroxychloroquine%20for%20COVID,an%20increased%20risk%20of%20death.&text=Hydroxychloroquine%20does%20not%20help%20COVID,published%20Friday%20in%20The%20Lancet) rilevarono che l’idrossiclorochina non impattava né sulla prevenzione né sulla cura della Covid, ma non solo, il farmaco aveva molti effetti collaterali per cui gli Enti Regolatori ne sconsigliarono l’utilizzo Vs il Sars-CoV-2 (https://thehill.com/changing-america/well-being/prevention-cures/493995-nih-panel-recommends-against-use-of/).


Fine della storia quindi… Ah…no! Da parte del Dr Raoult partì una selva di tuoni fulmini e saette, contro la comunità scientifica ed in particolar modo nei confronti di Elisabeth Bik, accusandola di essere stata pagata dalle Industrie Farmaceutiche al fine di screditarlo a favore dell’antivirale Remdesivir: “She received money directly or indirectly from Pharmaceuticals companies and more from Gilead which markets Remdesivir” sino al punto di citarla in giudizio con l’accusa di molestie e ricatti (https://x.com/raoult_didier/status/1406986822765395969) link suggerito da Raoult misteriosamente scomparso, mentre parrebbe evidente l’accanimento verso la microbiologa olandese (https://www.theguardian.com/science/2021/aug/03/microbiologist-elisabeth-bik-queried-covid-research-thats-when-the-abuse-and-trolling-began?CMP=fb_gu&utm_medium=Social&utm_source=Facebook#Echobox=1627945470). 

Non pago, il Dr Didier Raoult lo scorso anno, superò se stesso quando annunciò di aver portato a termine un ulteriore “gigantesco” studio, sempre al fine di avvalorare la bontà dell’impiego dell’idrossiclorochina come terapia della Covid, affermando di aver arruolato più di 30.000 soggetti concludendo che l’antimalarico in questione riduceva la mortalità causata dal  Sars-CoV-2 (https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2052297523001075?via%3Dihub). Vabbè…difendere le proprie precedenti asserzioni, rientra nel comportamento tipico di ogni essere umano (che sia un Premio Nobel, un illustre ricercatore o una tranquilla persona qualsiasi), ma farlo attraverso una sperimentazione iniziata nel 2020 e conclusasi a fine 2021 rasenta il “delirio”, per essere gentile, dal momento che è stata condotta molto tempo dopo che il Governo Francese aveva ritirato il permesso di impiegare l’antimalarico per curare i pazienti colpiti dalla Covid (https://www.lastampa.it/esteri/2020/05/27/news/la-francia-vieta-l-idroclorochina-aumenta-il-rischio-mortalita-nei-malati-covid-1.38895630), alla faccia di ogni approvazione etica, mai concessa, per il rischio di esporre inutilmente i pazienti al pericolo di nefaste conseguenze per la loro vita!!!


Va da sé, che dopo questa ennesima sparata, sul quotidiano Le Monde apparve una lettera aperta a firma di ben 14 Società Scientifiche ((https://www.lemonde.fr/en/opinion/article/2023/05/29/clinical-trials-at-didier-raoult-s-former-institute-in-the-absence-of-any-institutional-reaction-the-serious-breaches-observed-could-become-the-norm_6028406_23.html) che chiedevano un’indagine approfondita sull’operato del medico nonostante, anche questa volta, il suo studio, come riportato nel link sopra, fosse stato pubblicato nell’ Ottobre del 2023. Tuttavia, ad Aprile, il Tribunale di Marsiglia ha respinto le accuse del Dr Raoult nei confronti della Dottoressa Elisabeth Bik per cui, non pago, ha deciso immediatamente di cambiare “bersaglio” citando in giudizio il matematico Guillaume Limousin, reo secondo lui di aver stilato un elenco di inesattezze, carenze e mancanze riguardanti i suoi documenti postati su Twitter (https://www.lexpress.fr/sciences-sante/guillaume-limousin-le-petit-prof-contre-didier-raoult-on-peut-tous-faire-bouger-les-choses-7XXE77HMTNBGVI4D6O5UDBVO7Y/). A quanto ci è dato sapere, nonostante il Dr Raoult abbia sciorinato, non senza parsimonia, tutti i suoi presunti risultati scientifici, il Tribunale si è dimostrato totalmente disinteressato a tali argomentazioni respingendo di fatto tutte le accuse nei confronti del matematico francese. Un noto proverbio cita: “chi troppo vuole nulla stringe” ed infatti, tutto questo can-can sull’idrossiclorochina scatenato dal Dr Raoult, non ha prodotto alcun risultato se non quello di aver spinto ad indagare maggiormente sui suoi precedenti studi, molti dei quali non avevano ricevuto alcuna approvazione da parte dei competenti comitati etici che avrebbero dovuto essere coinvolti. Ecco quindi emergere le prime magagne, dapprima ad opera dell’ progetto editoriale PLOS che cura la pubblicazione di sette riviste tutte caratterizzate da revisione paritaria nonché open access, grazie al quale ben 49 studi furono attenzionati per violazione delle fondamentali normative etiche (https://retractionwatch.com/2022/12/13/plos-flags-nearly-50-papers-by-controversial-french-covid-researcher-for-ethics-concerns/) mentre nel tempo la “lista delle pezze di appoggio” andavano via via accumulandosi: (https://retractionwatch.com/2024/04/03/embattled-researcher-didier-raoult-earns-dozens-more-expressions-of-concern-and-another-retraction/), (https://retractionwatch.com/2023/10/31/controversial-french-researcher-loses-two-papers-for-ethics-approval-issues/) sino ad arrivare al ritiro di 7 pubblicazioni oltre a 2 reports scientifici da parte della Società Americana di Microbiologia. Sinceramente un racconto per nulla edificante, se consideriamo il fatto che parecchi di questi studi hanno visto coinvolti clochard, rifugiati e persone che vivevano nell’indigenza più assoluta. Come tutto ciò sia potuto accadere ed andare avanti per così tanto tempo in una Nazione come la Francia mi lascia disgustato nonostante ne abbia viste di ogni. Ma cribbio!!!

…Le persone morivano perchè non ricevevano le cure adatte, ed in fin dei conti dimostra come sia molto complicato reperire fonti affidabili da consultare e citare.


Al di là di scoprire se una cosa è vera oppure no, ci dovremmo tutti interrogare su quanto sia fondamentale capire del perchè ci abbiamo creduto, cercando di allontanare le Sirene che troppo spesso rendono attraenti voci che alla resa dei conti si dimostrano false. 


domenica 26 maggio 2024

L’ULTIMO OMAGGIO AL DR. PAOLO SPADA ED IL SUO MESSAGGIO DI SPERANZA AI GIOVANI.

 


Imparammo a conoscere il Dr Paolo Spada durante il periodo più buio del periodo Covid quando iniziò a condividere informazioni sulla pandemia pubblicate sulla pagina “Pillole di ottimismo” (PdO) senza mai cedere all’arroganza pretestuosa e ad alcun genere di allarmismo ingiustificato. Si è sempre speso, con tutto se stesso, per regalarci una visione ottimistica di ciò che stava accadendo non cadendo nel tranello dell’”andrà tutto bene” ma piuttosto nell’insegnarci ad avere fiducia nelle armi delle scienza grazie alla sua smisurata capacità di comunicare scientificamente e con semplicità anche i temi più complessi. 


Che possa riposare in pace, Dottore. Sentite condoglianze alla sua famiglia tutta.


sabato 25 maggio 2024

L’AFICAMTEN PER AIUTARE LE PERSONE AFFETTE DA (HCM), CARDIOMIOPATIA IPERTROFICA, A SVOLGERE PIU’ FACILMENTE IL QUOTIDIANO QUANTO FONDAMENTALE ESERCIZIO FISICO ED IL “DESTINO” DELLE BIOTECH.


L’HCM colpisce circa 1 persona su 500 e costituisce una delle cause più comuni di morte improvvisa tra i giovani ed alcuni atleti apparentemente sani. Spesso causata da mutazioni genetiche ereditarie, determina, tra le altre cose, un’ipertrofia del setto interventricolare, più semplicemente la parete posta tra il ventricolo dx e sx, compromettendo la funzionalità cardiaca. Tra le conseguenze più comuni si annoverano una marcata mancanza di respiro ed una ridotta capacità di svolgere gli esercizi fisici.


Il New England Journal of Medicine ha pubblicato questo mese uno studio di Fase 3 in doppio cieco (https://www.nejm.org/doi/10.1056/NEJMoa2401424) presentato anche al meeting Heart Failure 2024 della Società Europea di Cardiologia a Lisbona. Secondo questo studio denominato SEQUOIA-HCM, proposto dalla Cytokinetics e che ha visto impegnata anche la Oregon Health & Science University (OHSU), l’Aficamten, un farmaco sperimentale inibitore della miosina cardiaca, può migliorare la disponibilità di ossigeno durante l'esercizio fisico nei pazienti affetti da cardiomiopatia ipertrofica (HCM). 

Lo studio ha arruolato un totale di 282 soggetti con scompenso cardiaco di classe funzionale NYHA II o III e ridotta capacità di esercizio.  Tutti i pazienti presentavano una frazione di eiezione ventricolare sinistra (LVEF) di almeno il 60% e un gradiente LVOT di almeno 30 mm Hg a riposo e di almeno 50 mm Hg dopo la manovra di Valsalva e sono stati randomizzati in due gruppi: 142 sono stati trattati con  Aficamten e 140 con Placebo. 

Sono stati quantificati i livelli di ossigeno di tutti i partecipanti l’indagine mentre utilizzavano il tapis roulant o la ciclette. Ne è emerso che il gruppo trattato con Aficamten ha aumentato il picco di assorbimento di ossigeno di 1,7 ml/kg/minuto in 24 settimane rispetto al gruppo trattato con Placebo. Se consideriamo che in questi pazienti, un aumento di 1 ml/kg/min è in genere considerato clinicamente significativo appare ovvio che tale risultato abbia soddisfatto appieno quello che era l’endpoint primario dello studio, nonchè una decina di endpoint secondari, tra cui la qualità della vita e la sintomatologia generale.

Tradotto tutto in soldoni, non è difficile comprendere come il riuscire ad aumentare il picco di assorbimento di ossigeno sia in grado di migliorare la capacità di un paziente di essere fisicamente attivo mentre, al contrario, un basso livello di assunzione di ossigeno si associa ad un aumento del rischio di incorrere in una insufficienza cardiaca anche grave, sino al punto di dover ricorrere al trapianto cardiaco.


Che piaccia o meno, attualmente, non è che le opzioni di trattamento della HCM siano così numerose. Da un lato, l’intervento chirurgico per rimuovere il muscolo cardiaco in eccesso, dall’atro una prima opzione terapeutica farmacologica. Nel 2022 la Food and Drug Administration ha approvato il Mavacamten (https://www.fda.gov/drugs/news-events-human-drugs/fda-approves-new-drug-improve-heart-function-adults-rare-heart-condition) come primo farmaco sviluppato per minare alla base la causa dell’HCM ostruttiva.

Tuttavia, quello che è emerso è che il Mavacamten potesse aumentare il rischio di insufficienza cardiaca oltre ad interagire negativamente con diversi farmaci comunemente utilizzati e per tali motivi venne consigliato un intenso monitoraggio per tutti i fruitori di questa terapia.


Tuttavia la Cytocinetics è un’azienda biotech, per cui giova fare un minimo di distinguo. Probabilmente non tutti sono al corrente del fatto che le aziende biotech, così come parecchie startup, sono diventate la fonte principale per arricchire il portfolio farmaceutico delle grandi compagnie del settore a livello mondiale. In sostanza, per biotech si intende un'azienda che nasce a partire da una competenza specifica o da un'idea innovativa derivante dalla ricerca, con l'intento di sviluppare i propri farmaci o terapie ma solo sino a quando sono in grado di sostenere tutto il processo, e quando questi progetti si dimostrano promettenti una società più grande (spesso di dimensioni molto superiori) potrebbe acquistarli per completarne lo sviluppo o per lanciarli sul “mercato”, un'operazione che può avere successo o meno. Insomma, per le biotech, il gioco regge sino a quando possono contare sui finanziamenti degli investitori ma è evidente che quando diventa più difficile o costoso ottenere i finanziamenti (come avviene generalmente quando i tassi di interesse bancari sono parecchio elevati), queste aziende tendono a rallentare le loro attività e a sentirsi sotto pressione. 


Ritornando alla Cytocinetics nello specifico, non è una novità che l’Azienda rientri tra gli obiettivi di fusioni e acquisizioni da parte di grandi aziende farmaceutiche (Novartis ad esempio stava gironzolandoci intorno già dallo scorso autunno, per poi ritirarsi a Gennaio) per cui vediamo di fare un minimo di chiarezza. La Cytocinetics è reduce da anni di intoppi clinici e normativi; lo scorso anno fu in odore di approvazione da parte dell’FDA del loro candidato farmaco Omecamtiv Mecarbil per l'insufficienza cardiaca poi però respinto a febbraio dalla stessa Food and Drug Administration e tanto per non farsi mancare nulla, a maggio il loro Reldesemtiv per la sclerosi laterale amiotrofica si è rivelato inefficace in uno studio di fase 3. Ora, finalmente, i risultati molto positivi dello studio di fase 3 SEQUOIA-HCM per l’Aficamten, insomma una boccata di ossigeno. Ma non è tutto oro ciò che luccica infatti, per assicurarsi la commercializzazione del farmaco, la Cytocinetics ha stretto un accordo di finanziamento da 575 milioni di dollari con la Royalty Pharma, il maggiore acquirente mondiale di royalties biofarmaceutiche e uno dei principali finanziatori nell’ambito della ricerca biofarmaceutica. Questo complicato accordo di finanziamento strategico ha tuttavia lasciato molto perplessi i finanziatori che hanno fatto scendere il titolo del 14% nelle negoziazioni pre-mercato giovedì mattina, ponendo l’Azienda in serie difficoltà economiche. Il perchè di tutto questo è presto detto,  gli investitori speravano in un grosso accordo di fusione e acquisizione dopo il successo dello studio di fase 3 SEQUOIA-HCM, specialmente con Novartis, che però, come ho già scritto sopra ha fatto un passo indietro a Gennaio.


Tutto ciò mi fa concludere che ritorneremo a parlare di questa questione molto presto. 

sabato 18 maggio 2024

ANCORA OBESITA’, WEGOVY & OZEMPIC …AND SO ON.


Di Wegovy (e Mr. Steve Johnson - una persona qualsiasi - :-) ) ho già scritto qualcosa qui: https://ilgeneegoista.blogspot.com/2022/07/mr-steve-johnson-ed-il-suo-rapporto-con.html, e qui: https://ilgeneegoista.blogspot.com/2022/08/mr-steve-johnson-dalla-teoria-alla_3.html. Ora proverò a farne maggiore chiarezza e quindi ricominciamo dall’inizio. 

Nel 2021 l’FDA approvò Wegovy, un farmaco a base di Semaglutide (2,4 mg una volta alla settimana), per il controllo cronico del peso negli adulti con obesità oppure sovrappeso con almeno una condizione a questo correlato (ad es. ipertensione, diabete di tipo 2 o ipercolesterolemia), da utilizzare in concomitanza ad una dieta ipocalorica e ad una maggiore attività fisica (https://www.fda.gov/news-events/press-announcements/fda-approves-new-drug-treatment-chronic-weight-management-first-2014), una opzione terapeutica che a differenza di quasi tutti i precedenti farmaci dimagranti funzionava davvero bene, tanto da diffondersi in poco tempo in tutto il mondo e da guadagnarsi le prime pagine di importanti testate giornalistiche (https://www.nytimes.com/2021/02/10/health/obesity-weight-loss-drug-semaglutide.html). 

Attualmente l’azienda produttrice Novo Nordisk commercializza due farmaci a base di Semaglutide, il Wegovy e l’Ozempic (farmaco impiegato per il trattamento del diabete di tipo 2) con la differenza che il Wegovy è distribuito ad un dosaggio più elevato. Come ho già avuto modo di scrivere, la Semaglutide è una molecola analoga  ad un peptide simile all’ormone Glucagone o GLP-1 prodotto fisiologicamente dal nostro organismo. Il GLP-1 viene rilasciato, in risposta all’ingestione di cibo, nel tratto gastrointestinale e da qui invia altri segnali in diversi distretti del nostro organismo. A livello pancreatico, genera la produzione di Insulina allo scopo di ridurre i livelli di zucchero nel sangue e, dal momento che la Semaglutide mima la stessa azione, ciò costituisce il motivo per cui fu considerata efficace per curare il diabete. 

Al contrario di quanto molti pensano circa lo sviluppo clinico di una nuova molecola che avverrebbe al fulmicotone e senza intoppi e/o imprevisti (caxxata su cui ho avuto modo di scrivere più volte), il trattamento del diabete di tipo 2 con la Semaglutide è stato indagato per oltre un decennio e Ozempic ottenne l’autorizzazione e l’indicazione nel 2017. Già a partire dai primi studi in merito tuttavia, emerse che uno dei possibili effetti collaterali fosse la perdita di peso e non è certo la prima volta che un effetto non previsto possa dare il via a nuove ricerche per trasformarlo in qualcosa di desiderato. Non vi dice nulla l’ormai illustre ed agognata “Pillola Blu”? Ebbene, per chi non lo sapesse ancora (non so esattamente quanti) il Sildenafil (Viagra), originariamente sviluppato da Pfizer per il trattamento dell’ipertensione e dell'angina pectoris, durante gli studi clinici, mostrò una maggiore efficacia nell’indurre l’erezione rispetto alle indicazioni proposte all’inizio.


Sta di fatto che dopo un certo periodo di tempo in cui l’Ozempic venne utilizzato per trattare l’obesità, grazie a prescrizioni off-label (ossia per indicazioni non presenti in scheda tecnica), la Novo Nordisk pensò di mettere a punto un nuovo farmaco mirato appositamente per favorire la perdita di peso. A grandi linee, fu così che “nacque” Wegovy, approvato come trattamento “anti obesità” dapprima negli USA nel 2021 e quindi in ambito UE nel 2022. Clinicamente, comunque, come agisca esattamente la Semaglutide, è ancora oggetto di approfondimenti dal momento che è in grado di determinare pure un miglioramento delle condizioni cardiovascolari anche se l’effetto preponderante, a conti fatti ed in parole più spicce, resta quello di facilitare la riduzione dell’assunzione di cibo. Non a caso anche lo stomaco sarebbe dotato di recettori per il GLP-1 sui quali la Semaglutide andrebbe ad agganciarsi rallentando in tal modo lo svuotamento gastrico e causando un più persistente senso di sazietà così come parrebbe agire a livello cerebrale dove contribuirebbe a ridurre il senso della fame.


Questi farmaci sono attualmente disponibili in forma liquida in una penna pre-riempita e somministrati sottocute una volta alla settimana nella parte superiore del braccio, della pancia o della coscia ed il dosaggio può essere incrementato gradualmente. Per completezza occorre dire che la Semaglutide è disponibile anche in compresse, ma sono in pochi ad utilizzarle per via della loro compliance notevolmente inferiore dal momento che occorre assumerle tutti i giorni con abbondante acqua, a stomaco vuoto, per poi attendere mezz’ora prima di mangiare. Se poi ci aggiungiamo il fatto che diversi studi, tra cui quello qui riportato (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/34248838/) abbiano rilevato che la perdita di peso sarebbe sostanzialmente inferiore rispetto alla formulazione in penna, il gioco è fatto. Tuttavia, ad onor del vero, uno studio molto recente (https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(23)01185-6/abstract) ha riportato che l’assunzione di una dose più elevata per via orale possa indurre una perdita di peso simile a quelle delle iniezioni. A quanto pare la scienza è molto democratica in questi casi…;-)


Quanto a come si esplichi l’attività clinica della Semaglutide, faccio una doverosa premessa, almeno per il sottoscritto. Nel mentre che pian piano aumentiamo le nostre conoscenze, ciò non significa che rappresentino la Verità unica ed inossidabile, ma semplicemente quello che al momento rappresenta al meglio la cosa più probabile.  

Nel 2022 è stato condotto uno studio in doppio cieco (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/35441470/) da parte di un team internazionale non esente da legami/rapporti con Novo Nordisk oltre ad altre Aziende per cui rimando alla voce “Conflict of interest statement” dell’articolo sopra citato, il che non significa affatto che ci si debba sentire autorizzati ad intonare la solita solfa del: Ohibò!…Tanto sono stati pagati” perchè in tal caso avrei esaurito le braccia che possono essere attratte dalla forza di gravità. In questo studio sono stati reclutati circa 2.000 soggetti adulti non diabetici con un indice di massa corporea uguale o maggiore di 30. Ovviamente, data la tipologia dello studio, ad alcuni  è stata somministrata una iniezione settimanale per 68 settimane di Semaglutide, ad altri, sempre con le stesse modalità, di Placebo. In aggiunta, tutti i partecipanti hanno dovuto variare il proprio stile di vita, riducendo di 500 Kilocal l’apporto calorico giornaliero legato ai pasti e facendo attività fisica per almeno 150 minuti a settimana. Al termine delle 68 settimane, il gruppo trattato con Semaglutide perse mediamente il 15% del proprio peso iniziale mentre il gruppo trattato con Placebo solamente il 2,4%. Due paroline anche sugli effetti collaterali più comuni, riscontrabili nel 5% del campione: nausea, vomito, diarrea e/o costipazione, dolori addominali. Che poi tali effetti tendano a diventare gradualmente più lievi non dovrebbe costituire motivo di stupore, dacché rientra nel normalmente atteso. Tuttavia, in alcuni casi, e sottolineo alcuni, nausea ed affaticamento diventano così disturbanti da dover interrompere l’assunzione del farmaco. In fase di studio poi possiamo annoverare anche altri potenziali problemi a lungo termine come il cancro al pancreas, alla tiroide, alla retina, episodi di autolesionismo e l’adattamento dell’organismo in termini di risposta recettoriale, alla quantità di Semaglutide assunta. Ma tranquilli, allo stato attuale non ci sono prove a sostegno di tutto ciò.

In soldoni, per chi si domandasse quanto peso si può perdere con questa molecola, bhe...varrebbe la pena analizzare queste considerazioni: se si segue una dieta “generica”, con buona probabilità si rischierà una perdita sia di grasso ma anche di muscoli motivo per cui i medici consigliano sempre che la massa magra che si perde con una dieta non dovrebbe essere superiore ad 1/4, per cui i 3/4 del peso perso dovrebbero essere a discapito dei grassi, mentre con l’assunzione di Semaglutide il peso calava con una perdita del 60% dei grassi il che comunque non costituisce un fatto eccezionale soprattutto per le donne che fisiologicamente sono dotate di una maggiore quantità di grasso corporeo rispetto alla massa muscolare così come pure per gli anziani. 


Più agevole invece è capire cosa possa accadere quando si smette di assumere il farmaco: semplicemente si ritorna ad aumentare di peso, come  si può leggere sempre nello studio di cui sopra. Dopo un anno di non assunzione, il gruppo trattato con Semaglutide riacquistò i due terzi del peso perduto mentre il gruppo trattato con Placebo ritornò al punto di partenza. Discorso analogo, per i miglioramenti del controllo pressorio quando lo stile e le abitudini di vita ritornarono ad essere quelle di prima. 

Inutile dire che sfruttare questo effetto ad “elastico” della molecola, del tipo occasioni speciali come inviti ad eventi, matrimoni per non parlare del superare la maniacale prova bikini, non sarebbe propriamente un’idea geniale (e non mi riferisco ovviamente ai costi). 


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