mercoledì 1 maggio 2024

ATLETA TRANSGENDER…ANCORA POLEMICHE…ANCHE IN TV.

 



Posso capire che sia piuttosto intrigante chiedersi a livello mediatico soprattutto se sia “giusto” osservare, per esempio, un’atleta trans come la nuotatrice americana Lia Thomas o più recentemente la ragazza ripresa nel video, gareggiare contro donne tutte non transgender ma il compito del giornalismo, televisivo o cartaceo che sia, dovrebbe essere quello di chiarire e spigare senza instillare il tarlo del dubbio e della iniquità, anziché dedicarsi alla cucina per preparare “minestroni” e, come ho già avuto modo di scrivere, “più leggo è più mi pare evidente che per molti l’unico sesso “buono” da prendersi in considerazione sia quello che si pratica da solo, senza ovviamente rinunciare ad un resistente guanto in nitrile per precauzione, per poi scoprire di aver però solo fatto un volo con la fantasia”. 


Per cui, fuori dai denti, ma quale tipo di messaggio si vorrebbe realmente far passare esattamente?

La maggior parte degli esseri umani può essere biologicamente classificata come maschio o femmina e le differenze tra i due sessi sono particolarmente evidenti anche solo prendendo in esami gli organi interni ed esterni. Queste differenze si evidenziano grazie all’espressione della ventitreesima coppia di cromosomi, XY per gli uomini e XX per le donne. Tutto ok sino a questo punto?…spero di sì.

Capita però che questa classificazione biologica tra i due sessi non sempre sia totalmente esaustiva. Esiste difatti una varietà sorprendentemente ampia di cosiddette condizioni “intersessuali” in cui l’espressione biologica può essere ambigua o più propriamente non allineata con l’espressione cromosomica di cui sopra. Diversi esempi sono realmente sbalorditivi. 

Alcuni ricercatori indiani nel 2014 hanno esposto il caso di un uomo settantenne e padre di 4 figli che venne sottoposto ad un intervento chirurgico avendo i medici rinvenuto la presenza sia di un utero che delle tube di Falloppio (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4276263/) nonostante possedesse sempre la ventitreesima coppia di cromosomi  XY maschile. Ed ancora, come non menzionare il caso della ostacolista spagnola María José Martínez-Patiño che solo dopo i 25 anni di età venne a conoscenza, pur essendo dotata di genitali femminili, di possedere un corredo cromosomico XY oltre alla presenza di testicoli interni? Come risultato, quando il tutto venne alla luce, le fu vietato di competere alle Olimpiadi del 1986.

Questi esempi rientrano nel novero dei disturbi DSD o DSS ossia disturbi della differenziazione sessuale. Certamente tali disordini sono rari, ma non così rari come si potrebbe pensare infatti secondo diverse stime rilevabili in letteratura, ne sono affetti un numero di persone comprese in una forbice tra lo 0,1% ed il 2% e tanto per dare un’idea dimensionale, il disturbo bipolare secondo le stime del NIMH, ha una incidenza compresa tra l’1% ed il 2% (https://www.nature.com/articles/nrurol.2012.182). Ciò significa, per esempio, che negli USA ci sono tra circa 300.000 e SETTE MILIONI di persone definibili “intersessuali” mentre a livello globale tra OTTO e CENTOSESSANTA MILIONI. 


Ovviamente esistono delle criticità nel proporre queste stime dal momento che la definizione di condizione intersessuale risulta piuttosto ambigua poiché si deve considerare che non tutte le persone intersessuali sono transgender, così come tutte le persone transgender non sono intersessuali. 

Il quesito su come comportarsi con le persone intersessuali nelle competizioni sportive precede quindi storicamente la più recente  domanda  di cosa fare con gli atleti trans e María José Martínez-Patiño ne costituisce un precedente esplicativo per cui formuliamo qualche considerazione. La sua condizione è definita 46, XY DSD e, se consideriamo la popolazione generale, si verifica una volta ogni 20.000 nascite. Le donne che ne soffrono presentano elevati livelli di testosterone (ormone maschile) e uno studio condotto da ricercatori europei nel 2014 ha evidenziato come nelle atlete ai massimi livelli agonistici, l’incidenza della 46, XY DSD nella nostra popolazione di atleti sia di circa 7 su 1000, ovvero 140 volte superiore a quanto previsto per la popolazione generale (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/25137421/). Il testosterone favorisce la crescita muscolare, rafforza la struttura ossea e aumenta i livelli di emoglobina (Hb) nel sangue, favorendo il trasporto di ossigeno e sappiamo benissimo che formulazioni sintetiche di testosterone spesso vengono utilizzate come doping. Comunque, María José Martínez-Patiño, dopo essere stata esclusa dalle Olimpiadi ha presentato ricorso sostenendo che non traeva alcun vantaggio dai suoi elevati livelli di testosterone dal momento che la sua condizione 46, XY DSD, caratterizzata da una insensibilità completa agli androgeni, produce sì l’ormone AMH (ormone antimulleriano) e testosterone che però non è in grado di agire in alcun modo ed infatti il provvedimento venne revocato.

Ovviamente esistono altre condizioni che possono determinare alti livelli di testosterone nelle donne e per complicare ulteriormente la questione, esiste un’ampia variazione naturale dei livelli di testosterone sia tra gli uomini che tra le donne e poiché le donne con livelli naturalmente elevati di tale ormone tendono ad avere buoni risultati nello sport oltre al dato di fatto di risultare sovra-rappresentate tra gli atleti, la presenza del testosterone negli atleti di sesso maschile e femminile risulta non linearmente ben definita.

Un articolo pubblicato nel 2014 da ricercatori britannici ed irlandesi (https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/cen.12445) ha evidenziato  i profili ormonali di circa 700 atleti ad alto livello praticanti 15 sport diversi. Ne è emerso che il 16,5% degli uomini possedeva bassi livelli di testosterone mentre livelli elevati sono stati riscontrati nel 13,7% delle donne.  

Rammento che i vantaggi prodotti dal testosterone sono particolarmente evidenti nelle discipline che richiedono un maggiore sforzo da parte della parte superiore del corpo mentre incidono meno per le prove di resistenza.


Ora, fatta questa debita chiarificazione, ritorniamo a bomba sul discorso degli atleti trans. Le persone transgender non si identificano con il loro sesso al momento della nascita. Tralasciando le condizioni intersessuali, si può semplificare che un uomo trans (donna in transizione per diventare di sesso maschile) sia nato biologicamente donna e una femmina trans (uomo in transizione per diventare di sesso femminile) sia nata biologicamente maschio. Le persone non trans, sono comunemente definite “cis”.

Sappiamo che una parte delle persone trans può sottoporsi ad un intervento chirurgico e/o ad una terapia ormonale ma i risultati del trattamento di transizione differiscono notevolmente a seconda che sia avvenuto PRIMA o DOPO la pubertà. Durante la pubertà assistiamo ad aumento della statura di 20-25 cm per la femmina e di 25-30 per il maschio il quale sviluppa anche più muscoli. I cambiamenti fisici durante la pubertà sono in parte irreversibili e la successiva transizione non li annullerà completamente. 

Nel 1990 un seminario indetto dalle Federazioni Mondiali di Atletica Leggera accomandava che chiunque fosse stato sottoposto ad un intervento chirurgico per il cambio di genere prima della pubertà fosse accettato a competere con il nuovo sesso e la cosa non risulta affatto controversa. Il lato controverso è invece come comportarsi con coloro che si sono sottoposti a transizione dopo la pubertà. 

Il Comitato Olimpico Internazionale è sempre stato all’avanguardia nell’approvazione dei regolamenti in questo ambito. Nel 2004 ha stabilito che gli atleti transgender possono competere 2 anni dopo l’intervento chirurgico e nel caso si fosse fatto ricorso alla terapia ormonale. Nel 2021 il Comitato ha emanato una normativa che consente alle Federazioni Internazionali di decidere i propri criteri di ammissibilità, sia per gli atleti transgender che intersessuali (https://stillmed.olympics.com/media/Documents/Beyond-the-Games/Human-Rights/IOC-Framework-Fairness-Inclusion-Non-discrimination-2021.pdf#_ga=2.219716894.621299853.1686571450-594927581.1678187184). 

Questo significa che non esiste una regola semplice ed univoca per tutte le discipline. 


Ed allora ritorniamo al quesito se dopo un trattamento ormonale sia giusto per le donne transgender gareggiare con le donne cisgender. Nel 2019 un team di ricercatori europei di Belgio, Norvegia e Paesi Bassi ha misurato il cambiamento nella “forza di presa” (capacità di stringere un oggetto) dopo un anno di terapia ormonale in 250 uomini e donne transgender. Si è evinto che nelle donne trans la forza di presa diminuiva di 1,8 Kg, mentre aumentava negli uomini transgender di 6,1 Kg. Negli uomini trans (donne in transizione per diventare di sesso maschile), ma non nelle donne trans (uomini in transizione per diventare di sesso femminile), questa variazione della forza di presa era associata al cambiamento della massa corporea magra. A questo punto potremmo sostenere che la terapia ormonale sia più performante per gli uomini trans (donne in transizione per diventare di sesso maschile) rispetto alle donne trans (uomini in transizione per diventare di sesso femminile (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31247588/#:~:text=In%20transmen%2C%20increase%20in%20grip,%2D0.000%3B%20%2B0.009).

Ma andiamo avanti. Un altro team di ricercatori svedesi ha monitorato 11 donne e 12 uomini transgender prima e sino a dopo la fine della terapia ormonale (https://www.biorxiv.org/content/10.1101/782557v1.full.pdf). Ciò che è emerso è stato che il volume dei muscoli della coscia è diminuito del 5% nelle donne trans con una diminuzione del 4% dell’area della sezione trasversale del quadricipite mentre la densità muscolare è rimasta invariata, mantenendo più o meno gli stessi livelli di forza. Negli uomini trans invece il volume dei muscoli della coscia è aumentato del 15%. Anche l’area della sezione trasversale è aumentata del 15%, la densità muscolare del 6% ma al contrario del gruppo femminile transgender è stato dimostrato un aumento dei livelli di forza. Anche analizzando questi dati dunque pare che la terapia ormonale sia più performante per gli uomini trans (donne in transizione per diventare di sesso maschile) rispetto alle donne trans (uomini in transizione per diventare di sesso femminile). Di studi come questi ne esistono a bizzeffe, tanto è vero che a Marzo del 2021 una meta-analisi (per farla semplice analizzare più studi condotti su uno stesso argomento al fine di ottenere una sintesi con metodologie statistiche) ha preso in esame 24 studi, concludendo che anche dopo 3 anni di terapia ormonale  i valori di forza, massa magra e area muscolare nelle donne transgender erano maggiori rispetto a quelle delle donne cisgender (https://bjsm.bmj.com/content/55/15/865). Questi risultati però non sono direttamente applicabili agli atleti poiché nella popolazione generale mentre le donne intenzionate a cambiare sesso sono incentivate ad aumentare la massa muscolare, gli uomini in transizione per diventare donne, si applicano per diminuirla. Sostanzialmente questi studi concordano, chi più chi meno, sul fatto che la terapia ormonale agisce più rapidamente per le donne in transizione per diventare di sesso maschile (uomini transgender) rispetto agli uomini in transizione per diventare di sesso femminile (donne transgender) e ciò non si esaurisce del tutto dopo 3 anni.

A tutte queste riflessioni, occorre aggiungere che non si è in possesso di molti dati circa gli effetti di questi trattamenti ormonali nel lungo periodo. Una pubblicazione brasiliana del 2021 sostiene che dopo 15 anni le differenze tra gli uomini in transizione per diventare di sesso femminile (donne trans) e le femmine cisgender siano completamente scomparse (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC8090355/). Leggendola, si comprende comunque, come si trattasse di uno studio molto piccolo con solo 8 persone arruolate e volendo fare una battuta, se si pretende che un atleta aspetti 15 anni per partecipare alle Olimpiadi, sarà poi troppo vecchio per potervi partecipare :-)).


Detto tutto ciò, non perdiamo di vista quanto siano fondate le polemiche che accompagnano l’immagine del post a proposito di quanto possa essere ingiusto veder gareggiare atlete trans con atlete cisgender. Dai dati sembra evidente che le donne trans e ribadisco quindi uomini in transizione per diventare di sesso femminile, mantengano un certo vantaggio anche dopo alcuni anni di terapia ormonale. Immagino che molti pensino che non sia giusto, nel senso che nessun tipo di estenuante allenamento da parte delle donne cis potrà compensare i vantaggi derivanti da ciò che accade durante la pubertà maschile. Ma le competizioni atletiche non sono mai state “giuste” in questo senso. Tanto per cominciare, per una prestazione atletica non è il sesso ad essere il fattore più importante bensì l’età. Essere maschio è solo uno dei diversi vantaggi innati per determinati tipi di sport (Bolt ha gambe molto lunghe, Phelps piedi molto grandi, alcuni giocatori di basket altezze esagerate). La seconda foto del post mostra, ad esempio, la squadra di basket femminile under 16 americana prima dell’incontro con quella di El Salvador: incontro terminato 114 a 19! Qualcuno si sognerebbe di polemizzare se sia stato giusto o sbagliato? Non dimentichiamo inoltre che mi sto riferendo solo a differenze chiaramente visibili; ci sono anche altri fattori come la densità ossea, la gittata cardiaca o il volume polmonare che sono in parte determinati geneticamente indipendentemente dal sesso. Personalmente io non avrei mai avuto la possibilità di diventare un sollevatore di pesi a livello Olimpico…ma non mi sono mai domandato se fosse giusto o meno. E questo perchè gli atleti a livello agonistico rappresentano una condizione biologica massima per non dire esasperata e l’equità non mai stata una prerogativa di un determinato tipo di competizioni. 


Dovremmo inoltre considerare un altro aspetto, ossia che queste competizioni dovrebbero anche intrattenere. Questo fatto potrebbe rappresentare il motivo per cui la ricercatrice Joanna Harper, pur essa un’atleta trans, ha proposto di parlare o scrivere mediaticamente di “competizioni significative” piuttosto che di “competizioni leali”. Storicamente uomini e donne sono stati separati nel corso dei vari eventi sportivi per rendere la competizione, ovviamente, meno noiosa. Per lo stesso motivo in alcune discipline come la boxe o il sollevamento pesi sono state introdotte sotto-categorie per cui potremmo allora domandarci se non sia il caso di aggiungere categorie aggiuntive per gli atleti trans ma se seguissimo tutta la logica di questa elucubrazione mentale, dovremmo arrivare alla conclusione che alla fine  l’unica persona con cui noi potremmo competere siamo noi stessi e punto. Oppure potremmo provare a misurare ogni singolo parametro che concorre alla riuscita della prestazione atletica in una singola disciplina per tentare poi di “aggiustarli” a proprio vantaggio. Ne deriverebbe che la persona che arriva ultima in una gara potrebbe risultare alla infine la vincitrice dopo aver “corretto” i parametri relativi al funzionamento della propria valvola cardiaca, ai livelli di testosterone, all’età, al volume polmonare leggermente ridotto ecc. ecc. ;-)). E questo sarebbe “giusto” nel senso che, in tal modo, tutti avrebbero la possibilità di vincere alla sola condizione di allenarsi duramente per poi però pagare lo scotto che sarebbero in pochi a vedere una tale competizione. 

Ma torniamo agli atleti transgender (senza tuttavia dimenticare per convenienza ideologica la condizione prima esposta di intersessualità). I ricercatori della Università della California, nel 2017 hanno stimato che la percentuale di persone transgender negli USA è dello 0,4% ed in Brasile dello 0,7%. Se questi numeri sono più o meno corretti, le persone transgender risultano allo stato attuale, sotto-rappresentate negli sport ad alto livello. Pensandoci bene, anche questo non sarebbe giusto ed è il motivo per cui sono dell’idea che le Associazioni sportive stiano facendo la cosa giusta, proponendo regolamenti basati sulle più affidabili dimostrazioni scientifiche disponibili e, finché gli atleti li rispettano, nessuno dovrebbe farsi carico di lanciare accuse di concorrenza sleale. Resta tuttavia il fatto che le Associazioni Sportive professionistiche dovranno presto affrontare un problema molto più grande. Piaccia o no, l’ingegneria genetica sta facendo passi da gigante e finché gli atleti potranno guadagnare un sacco di soldi procurandosi un vantaggio dall’impiego fraudolento di tale innovazione, ci sarà qualcuno che ne approfitterà in modo non etico. Chissà…tra meno di un secolo l’atletica professionistica non esisterà più se tali comportamenti contrari all’etica (per un uso scorretto rispetto a quanto di fantastico può svolgere lo sviluppo dell’ingegneria genetica per sconfigge definitivamente malattia attualmente incurabili) prevarranno. 

domenica 28 aprile 2024

CI SI PUO’ FIDARE DELLE ETICHETTE CHE RIPORTANO LE CALORIE? UNA DOMANDA PER AFFRONTARE IN PARTE IL METABOLISMO CALORICO DEL NOSTRO ORGANISMO.


Partiamo dal concetto che una caloria è una unità di energia che nel XIX secolo Nicolas Clément definì come l’energia necessaria per aumentare di un grado Celsius la temperatura di un grammo di acqua. Sappiamo che il calore è un tipo di energia e diversi tipologie di energia possono essere convertite le une nelle altre. Ad esempio, con un esperimento, James Joule riuscì ad identificare una unità di misura del lavoro e dell’energia denominata appunto Joule ( J ) ed il fattore di conversione tra caloria e Joule è pari a circa 4,8 per cui 1 caloria equivale a 4,8 J. 

Quando però prendiamo in esame gli alimenti, è più conveniente fare riferimento a migliaia di calorie alla volta per cui ecco introdotti i parametri chilocalorie e Kilojoule ( 1Kilocal = 1.000 calorie ). Ma queste sono solo elementari nozioni di fisica.  

Un po “barbaramente” possiamo prendere e bruciare del cibo e poi misurare quanto sia in grado di riscaldare l’acqua ( il principio di funzionamento dei calorimetri ) e questo ci fornirebbe un valore calorico per il cibo.

Ma il corpo umano non è un calorimetro e non brucia interamente il cibo, dal momento che non usa il 100% dell’energia disponibile perchè parte di essa si esaurisce con l’attività escretoria dei prodotti finali della digestione. Per questo motivo per misurare quanto rimane nel nostro organismo, dobbiamo misura l’energia di ciò che entra e di ciò che esce per poi sottrarre l’una dall’altra e Wilbur Atwater fece esattamente questo ottenendo come risultato un valore calorico per grammo relativo a carboidrati ( 4 Kilocal/g ), proteine ( 4 Kilocal/g ), grassi ( 9 Kilocal/g ), alcol ( 7 Kilocal/g ). Giusto 4 numeri!!!

Ovviamente quello che conta non è solo l’energia totale ma anche la velocità con cui questa viene rilasciata. Lo studio di Atwater sovrastima l’energia che il corpo può ricavare dal cibo perchè tiene conto anche del contenuto energetico delle fibre e di altri elementi non digeribili. 

Come in tutte le cose, “aggiustando” i numeri è possibile ottenere il sistema di Atwater modificato ed è proprio ciò su cui si basano ancora oggi le etichette delle calorie sulle confezioni degli alimenti: chi produce esegue una analisi chimica per determinare le quantità di grassi, proteine e carboidrati per poi convertirle in calorie. Se il cibo contiene fibre non digeribili allora sottraggono qualcosa e quel numero finisce sull’etichetta. Questo sistema genera non pochi problemi. Uno è di natura commerciale dal momento che sebbene le etichette alimentari siano obbligatorie nella maggior parte dei paesi a far data dagli anni ’90, le linee guida offrono alle aziende un ampio margine di manovra. Tanto per fare un esempio, l’FDA afferma che i valori calorici possono avere un grado di imprecisioni pari al 20% (https://millersbiofarm.com/blog/nutrition-labels-are-inaccurate-this-is-why-and-here-are-our-estimates#:~:text=The%20FDA%20allows%20up%20to,on%20the%20type%20of%20nutrients). 

Purtroppo, le aziende alimentari hanno un forte incentivo a sottovalutare il contenuto calorico quindi se possono contare su un margine di manovra legalizzato il sospetto che i loro numeri siano sistematicamente sottostimati sarebbe più che giustificato. Nel 2011 alcuni ricercatori americani hanno controllato ed hanno scoperto che i pasti preconfezionati in media hanno in media circa l’8% in più di calorie rispetto a quelle elencate sull’etichetta (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/pmc2838242/). Similmente uno studio analogo nel 2013 ha rilevato che il contenuto calorico medio degli snack era superiore di oltre il 4% rispetto a quanto indicato sull’etichetta (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3605747/). 

Continuando, le etichette con le calorie presentano molti altri problemi. Ad esempio non tengono conto di quanta energia si deve spendere per digerire il cibo. Per chi non lo sapesse anche la semplice masticazione richiede energia e più il cibo è compatto più è difficile da digerire. 

Questo dato è stato ampiamente studiato con le noci. In una serie di studi dal 2011 al 2015 , un gruppo di ricercatori americani ha scoperto che le calorie che il corpo può ricavare dalle mandorle sono il 32% in meno rispetto a quelle riportate sulle etichette ( https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3396444/#:~:text=When%20applied%20to%20mixed%20diets,by%2026%25%20(26) ), per le noci è il 21% in meno e per i pistacchi il 5%. Hanno anche dato molta importanza a come il cibo viene lavorato. Se le noci vengono arrostite la quantità di calorie che si può ricavare aumenta nuovamente. Un altro fattore importante relativo a quanta energia si può ricavare dal cibo è se è stato cotto. Effettivamente il cibo crudo è generalmente più difficile da digerire perchè la cottura scompone le molecole lunghe ed è stato uno studio condotto sui topi nel 2011 a dimostrare e misurare questi risultati dove i ricercatori nutrirono i topi con carne cruda, cotta o tritata: i topi aumentavano maggiormente di peso con il cibo cotto. Oltre a questo notarono anche che i topi che per primi furono esposti allo studio, rispetto a quelli appena arruolati mostravano la tendenza a selezionare per loro regimi alimentari cotti (https://www.pnas.org/doi/full/10.1073/pnas.1112128108). 


Un ulteriore esempio molto calzante è rappresentato da quegli alimenti che sono costituiti da un’alta frazione di amido e che possono essere consumati crudi come ad esempio il mais. E’ noto infatti che l’amido crudo è difficile da digerire e gran parte di questo passa solo attraverso l’apparato digerente. Al contrario, la cottura di cibi contenenti amido può aumentare la quantità di energia disponibile di oltre il 30%. Nel caso a qualcuno sia venuto in mente che mangiare verdure crude ricche di amido suoni come una buona idea, bene…sappia che alcune di queste potrebbero risultare tossiche se non cotte. 

Un ulteriore problema con le etichette delle calorie è rappresentato dagli alimenti ultra-elaborati che come tali non esistono  in natura ma che si originano utilizzando grassi e zuccheri prodotti industrialmente. Questi alimenti molto spesso sono tagliati in piccoli pezzi ed uniti insieme, il che rende più facile la digestione, sono economici e veloci da produrre, per cui anche in questo caso gli incentivi finanziari possono giocare un ruolo importante. Molti studi hanno documentato che il consumo di alimenti ultra processati è correlato al sovrappeso ed alla obesità. Uno studio particolarmente approfondito a riguardo degli alimenti ultra-elaborati è stato pubblicato nel 2019 da un nutrito gruppo di ricercatori degli Stati Uniti e di Singapore (https://www.cell.com/cell-metabolism/fulltext/S1550-4131(19)30248-7?_returnURL=https%3A%2F%2Flinkinghub.elsevier.com%2Fretrieve%2Fpii%2FS1550413119302487%3Fshowall%3Dtrue). In questo studio sono stati reclutati 20 volontari con peso stabile e normale divisi in modo casuale in due gruppi. Ad ogni gruppo è stata assegnata la stessa quantità di calorie con la stessa frazione di nutrienti ma un gruppo ha ricevuto alimenti altamente ultra-elaborati mentre l’altro no. Potevano mangiare quanto volevano ed in conclusione i partecipanti che avevano ricevuto il cibo altamente processato hanno guadagnato peso mentre quelli dell’altro gruppo, lo hanno perso. Un ulteriore aspetto da tenere in considerazione è dato dal fatto che quando consideriamo alimenti altamente trasformati, in fin dei conti non interessano le calorie/g, bensì quelle totali. Come ben sappiamo, è possibile ridurre la quantità di calorie per grammo aggiungendo semplicemente dell’acqua. Ed ancora…ci sono molte cose che possono andare storte con la digestione, dalle intolleranze alimentari, alla mancanza di enzimi, alle allergie, alle malattie croniche e alle colonie batteriche inefficienti. Anche la lunghezza dell’intestino gioca un proprio ruolo. Ognuno di questi fattori può portare ad una sorta di malassorbimento di questo o di quell’altro nutriente. Ovviamente, il risultato non è sempre la perdita di peso, perchè se mancano alcuni nutrienti si potrebbe finire per avere fame e quindi mangiare di più. 

Quanto sino ad ora esposto, non prende nemmeno in considerazione la questione di quanta energia necessita il nostro organismo per funzionare, dal momento che questo dipende non solo da quanto ci si muove ma anche da quanta massa muscolare si possiede. Sappiamo che gli uomini tendenzialmente hanno più massa muscolare il che rappresenta il motivo principale per cui complessivamente bruciano più energia. Tuttavia, anche non volendo considerare i muscoli, occorre mantenere le funzioni corporee e quanta energia è richiesta per farlo dipende dal tasso metabolico che in parte ha cause genetiche ma anche psicologiche e da che cosa si è abituati a mangiare di solito. Ad esempio, per molte persone, il risultato di un’improvvisa diminuzione dell’apporto calorico determina che il tasso metabolico diminuisca e renda più difficile perdere peso. Aumentando l’assunzione di cibo comunque il tasso metabolico potrebbe non aumentare immediatamente per cui si aumenterebbe di peso più velocemente. 


Per tutti i motivi elencati sino ad ora, molti hanno richiesto etichette semplificate che non generino l’impressione di una falsa “accuratezza”. Un esempio di una etichetta così semplificata si chiama NutriScore, utilizzata in Francia dal 2017, non per sostituire le etichette delle calorie ma in aggiunta ad esse. Si tratta in breve di una sorta di punteggio che non tiene conto solo delle calorie ma anche della quantità di calorie rappresentate dallo zucchero, del tipo di grasso, della quantità di sale e della quantità di fibre.

Sfortunatamente questo punteggio, si basa su un semplice algoritmo che può essere violato per far sembrare sano il cibo che non lo è. Per fare un esempio è possibile coprire un alto contenuto di zucchero con un’alta percentuale di fibre. In effetti, circa il 21% degli alimenti che attualmente sono classificati come ultra-elaborati esce con una etichetta NutriScore di A o B. E in ogni caso, questo non rende le etichette delle calorie più accurate (https://www.mdpi.com/2072-6643/13/8/2783). 

Cosa si potrebbe fare allora oltre al procedimento proposto da Atwater, e di cui ho scritto sopra? Tanto per spararla grossa, per sapere dopo un pasto quanta energia si sta effettivamente utilizzando, potremmo chiuderci in una stanza e misurare la quantità di calore che si genera. Si chiama calorimetria della stanza e, sebbene venga eseguita nei laboratori di ricerca, parrebbe piuttosto scomodo restare rinchiusi 24h/24h, 7 giorni su 7 (tranne che durante il periodo dei famigerati lockdown del 2020/21 ;).

In alternativa mi verrebbe in mente di misurare i prodotti di decadimento della nostra produzione di energia, rappresentati principalmente da acqua e anidride carbonica. Ebbene sì…se si perde peso, lo si perde principalmente respirando. Secondo un articolo pubblicato su BMJ nel 2014 (https://www.bmj.com/content/349/bmj.g7257), se si perdono 10 Kg di grasso, se ne espirano 8,4 Kg sotto forma di anidride carbonica e i restanti 1,6 Kg sono acqua che entra a far parte di vari fluidi corporei. 

Sembrerebbe il segreto di Pulcinella svelato: per perdere peso occorre respirare ;-). In termini più comprensibili e solo poco meno ironici, potremmo tenere traccia di quanta energia viene bruciata misurando la quantità di Ossigeno inspirato e quella espirata di Anidride Carbonica. Ma anche in questo caso ci sarebbe un “leggero” inconveniente, ossia quello di respirare tutto il giorno attraverso una maschera. 

Pare tuttavia che ultimamente stia diventando “popolare” cercare di capire quanto si sta bruciando. Il nostro organismo può generare energia essenzialmente attraverso due modalità: una bruciando i grassi e la seconda bruciando i carboidrati, ma è anche in grado di accumulare sia i grassi che il glicogeno prodotto dai carboidrati. Risulta piuttosto esteticamente evidente dove viene immagazzinato il grasso, mentre il glicogeno viene immagazzinato nel fegato e nei muscoli; nel frattempo i carboidrati che non si utilizzano immediatamente e che non sono accumulati sotto forma di glicogeno vengono convertiti in grasso. Sappiamo molto bene che una molecola di glicogeno è più “semplice” rispetto ad una di grasso tanto quanto sia più veloce produrre energia attraverso di esso infatti il nostro corpo lo impiega per svolgere esercizi ad alta intensità energetica, come per esempio il sollevamento pesi. Tuttavia la scorta di glicogeno non dura particolarmente a lungo e di solito si esaurisce dopo poche ore, e quando la riserva di glicogeno si esaurisce il nostro corpo ricorre alla combustione dei grassi. Questo è particolarmente evidente quando per i maratoneti, per esempio, si parla del così detto “muro del maratoneta”, ossia quel momento della corsa, che in genere si manifesta attorno al trentesimo chilometro, o poco dopo, durante il quale l’atleta accusa una grande fatica improvvisa in grado di rallentare sensibilmente il ritmo di corsa e per cui si ricorre all’assunzione di zucchero. 


Questo, chiamiamolo escamotage, non è valido però per il cervello, dal momento che non “ingrana” con il grasso mentre, al contrario, ha necessità di glicogeno per funzionare per cui se non si assumono abbastanza carboidrati sarà il nostro organismo a dover convertire parte del grasso in una fonte di energia alternativa per il cervello e mi riferisco ai corpi chetonici derivanti dal metabolismo prevalentemente epatico dei lipidi e dotati di caratteristiche in grado di farli assomigliare agli zuccheri (la cheto-dieta non vi dice nulla?).

La presenza di corpi chetonici (testando il sangue, l’urina o il respiro) quindi rappresenta un segnale che il corpo non possiede abbastanza zucchero per alimentare il cervello. 

In conclusione, bruciare carboidrati rappresenta una reazione chimica diversa rispetto a quella per bruciare i grassi ed ognuna di queste reazioni produce quantità differenti di anidride carbonica rispetto a quelle dell’ossigeno assunto. Tradotto, misurando la quantità di anidride carbonica presente nel respiro è possibile capire se si stanno bruciando grassi ma il solo fatto che l’organismo stia bruciando grassi non significa che stia bruciando grassi dalle cellule adipose. Il dato certo infatti è soltanto che se si assumono grassi, questi verranno bruciati e se si è a conoscenza di cosa si sta bruciando dopo averlo ingerito è troppo tardi, il che ci riporta alla necessaria richiesta di etichette alimentari affidabili. 

venerdì 26 aprile 2024

SE LANCIO UNA MONETA, HO PARI POSSIBILITA’ DI OTTENERE TESTA O CROCE? ….NO!!!


Secondo la statistica “basic” che testa e croce abbiano la stessa possibilità di uscita dopo il lancio di una moneta è pari ad un 50 e 50.

Almeno questo è quanto ci hanno raccontato per anni. Ma le cose stanno davvero così?


Già nel 2007, tre fisici, Diaconis Holmes e Montgomery (modello D-H-M appunto), pubblicarono un articolo in cui sviluppavano un modello per monitorare il lancio di una moneta. In breve, la loro conclusione può riassumersi con il fatto che il risultato del lancio di una moneta dipende da quale lato è rivolta verso l’alto quando si lancia e dall’angolo tra la direzione dell’angolo ed il momento angolare L (momento di inerzia I x la velocità angolare ω del corpo che ruota) come da illustrazione. Hanno scoperto che calcolando la media su condizioni iniziali ragionevoli, la probabilità che la moneta ricada con lo stesso lato rivolto verso l’alto al momento del lancio, non è del 50 ma bensì del 51% (https://www.researchgate.net/publication/251525331_Dynamical_Bias_in_the_Coin_Toss).

In un secondo articolo del 10/10/23 (https://www.researchgate.net/publication/374700857_Fair_coins_tend_to_land_on_the_same_side_they_started_Evidence_from_350757_flips), un gruppo di 48 scienziati si è cimentato nell’effettuare oltre 350.000 lanci di monete notando che le monete hanno effettivamente una probabilità leggermente maggiore di ricadere con lo stesso lato rivolto verso l’alto al momento del lancio. 50,8% Vs 49,2% rispettivamente, confermando quindi i risultati dello studio del 2007. 


PS: la prossima volta che vi propongono un lancio di monetina per dirimere una questione qualsiasi, bhe...pensateci prima.  


venerdì 16 febbraio 2024

AI ED INNOVAZIONE NELLA “DRUG DISCOVERY”.




Comincio con il premettere che quando si parla di politici come Biden o Amato (non a caso, fortunatamente, destituito) la senilità non sembra essere uno dei loro punti di forza. Ma lasciamo perdere questo aspetto per un attimo. C’è chi utilizza ChatGPT come se fosse Google, cercando ricette per cucinare carciofi (che, ammettiamolo, possono essere preparati in un'infinità di modi deliziosi). Poi ci sono quelli che usano l'intelligenza artificiale per produrre materiale di natura più…”hard”. E non dimentichiamo coloro che si divertono a creare una modella artificiale su misura, perché, diciamocelo, a volte gli influencer reali possono essere un po inopportuni se non “dannosi”.

Insomma, viviamo in un'epoca in cui le possibilità sono infinite e ognuno può fare ciò che preferisce con le nuove tecnologie. Sono proprio queste eccentricità che rendono la vita interessante e piena di sorprese. Quindi, che tu sia un fanatico della cucina, un appassionato di materiale “hard”o un amante della moda virtuale, il mondo dell'intelligenza artificiale ha qualcosa da offrire per tutti.

Ah, gli influencer virtuali, la nuova frontiera dell'umanità! Ma lasciamo da parte la nostra socievole AI, ChatGPT, e concentriamoci sugli impatti che questa tecnologia sta avendo, o forse meglio, che avrà (sempre che non si ribellino e prendano il controllo del mondo, ma questa è un'altra storia).

Ovviamente, il cinema, il fumetto e i videogiochi sono i primi candidati quando si tratta di essere "ritoccati" grazie  alle nuove tecnologie. Ma, sorpresa sorpresa, anche in altri settori meno glamour della nostra vita quotidiana l'IA fa capolino. Giusto per citarne qualcuno: social media, motori di ricerca e chi più ne ha più ne metta. Anche se dobbiamo ammettere che finora gli algoritmi non sono esattamente stati degli Einstein, ad esempio per quanto concerne Facebook. Ma hey… tutti hanno i loro momenti di down, giusto?

E qui entriamo nel meraviglioso mondo della statistica applicata, un luogo in cui ChatGPT si sente a casa. Gli dai una tabella di dati e in un battibaleno ti restituisce un codice magico per l'interpolazione. Basta un po' di copia-incolla da Excel, una spruzzata di richieste e boom, hai il tuo codice pronto all'uso. Ovviamente con Mathematica o Python i risultati sono ancora migliori. Questo link indica le principali differenze tra i due: https://mathematica.stackexchange.com/questions/86058/mathematica-vs-python-how-does-mathematica-compare-to-pythons-scientific-com.  Insomma, un vero e proprio Harry Potter del coding.

Ma attenzione, non siate troppo fiduciosi nel lasciare all'IA il compito di scoprire nuovi farmaci. Sembrerebbe che l'azienda "punta di diamante" nel campo abbia avuto qualche piccolo intoppo. Sì, sembra che la drug discovery non sia proprio il loro punto di forza.

https://www.fiercebiotech.com/biotech/benevolentai-makes-deep-cuts-after-midphase-flop-laying-180-and-shrinking-lab-footprint.

Credo di non peccare di presunzione se esprimo la considerazione che il nome David Parry ed il suo progetto Cyclofluidic dica, per molti,  assolutamente nulla. Una storia di ambizioni e fallimenti, come spesso accade nel mondo dell'innovazione. Per cui ecco cosa c'era dietro a questo progetto tanto interessante (https://pubs.acs.org/doi/10.1021/acsmedchemlett.9b00095). Il progetto/sistema Cyclofluidic mirava a creare il robot definitivo per la drug discovery, cercando di sostituire il lavoro umano almeno fino alla fase di sviluppo di un lead, la prima versione di un farmaco sperimentale. Il sistema prevedeva un sintetizzatore automatico collegato a un sistema di test biologici in serie. Non solo avrebbe generato dati sulle molecole e i risultati di quegli stessi test, ma avrebbe anche apportato modifiche alle molecole sintetizzate in base ai risultati ottenuti. In teoria, una serie di cicli avrebbe permesso di ottenere una molecola ottimizzata in base ai risultati del test biologico scelto.

Purtroppo, anche la versione più semplice di Cyclofluidic, con chimica e variazioni semplici, ha fallito nella fase di prototipazione. Il progetto ha cercato di reinventarsi con l'intelligenza artificiale, approfittando dell'entusiasmo generato dagli investitori e dalle applicazioni dell'IA nella drug discovery, ma alla fine ha dovuto chiudere i battenti. Nonostante ciò, c'erano investitori che avevano creduto nel progetto, anche se non quanto hanno dimostrato di credere in BenevolentAI, che ha raggiunto una capitalizzazione di ben 2 miliardi di dollari.

Questo ci fa capire che il capitale è sempre attratto da tutto ciò che promette di risparmiare sulla manodopera o addirittura eliminarla, proprio come ha amato l'automazione che mirava a sostituire il lavoro umano. Nonostante molti di questi investimenti si siano rivelati fallimentari nel corso degli anni, siamo sempre alla ricerca di nuove promesse da finanziare. Sembrerebbe che nel mondo degli investimenti, il sovravendere e poi non mantenere le promesse sia stato più redditizio dell'innovazione reale. Quest'ultima è spesso un processo incrementale, faticoso e soggetto a colpi di fortuna e sfortuna, quindi poco attraente dal punto di vista degli investitori.

D'altro canto, se guardiamo ai nuovi farmaci degli ultimi vent'anni, quelli davvero rilevanti, come gli antivirali e gli antitumorali, scopriamo che sono stati sviluppati principalmente dalle menti e dalle mani degli scienziati e degli operatori umani nell'industria, non da robot o IA. Questo ci fa riflettere sulla potenza dell'esperienza umana e sulla creatività che solo le menti umane possono offrire.

Quindi, anche se le nuove tecniche e l'IA possono fornire un supporto prezioso, non dobbiamo dimenticare l'importanza del lavoro umano e delle menti umane nell'innovazione farmaceutica. È lì che risiede la vera forza e il vero potenziale.


sabato 3 febbraio 2024

LA STESURA DEL “NUOVO” PIANO PANDEMICO NAZIONALE 24-28 E CHI SI RICORDA DI SARA GANDINI .


Premessa: che la recente proposta del Piano Pandemico Nazionale 24-28 sia assolutamente passata SOTTO LE RIGHE non mi stupisce più di tanto viste le condizioni in cui versa l’attuale nostro sistema informativo media-social-giornalismo-varietà che, ovviamente, sentitamente ringrazia. Mentre per quel che concerne Sara Gandini, giova rammentare che è una ricercatrice italiana in campo epidemiologico fra le più quotate a livello internazionale nonché Direttrice dell’unità "Molecular and Pharmaco-Epidemiology" presso il dipartimento di Oncologia Sperimentale dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. “È anche una persona che si è impegnata personalmente per difendere i DIRITTI CIVILI E UMANI durante la follia pandemica, come pure per difendere la scienza, quella vera, da quelli che l'hanno sfruttata per scopi politici o per i propri interessi economici. Per questo, Sara Gandini è stata maltrattata e insultata in vari modi durante il periodo dell'epidemia.”[Cit]


Questo un suo articolo del 29/4/23 dal titolo “Effetti del Covid: un paese in uno stato di paralisi culturale spaventosa” e che CONSIGLIO VIVAMENTE DI LEGGERE tanto per chiarire la SUA POSIZIONE estremamente moderata: “Capisco benissimo la rabbia di chi è stato discriminato perché non vaccinato, di chi si è vaccinato contro voglia per non perdere il lavoro, ancora di più di chi è stato obbligato a vaccinare i figli perché potessero fare sport o andare a scuola.

Capisco anche chi si fida sempre meno di medici, scienziati, istituzioni e teme di essere vittima di un grande esperimento sociale. Che ci siano grandi interessi economici, ma anche di potere, dietro a quello che è accaduto durante la pandemia, ma che accade ancora adesso, dalla guerra alle nuove politiche emergenziali, è indubbio.

La cosa però che mi fa rabbia è che sia così difficile creare spazi di discussione libera.

Se da una parte abbiamo i seguaci del burionismo, i terroristi del covid19, i sostenitori della scienza che diventa religione, per cui chi porta senso critico è necessariamente un pericoloso analfabeta funzionale, novax, negazionista...

Dall'altra abbiamo le comunità che cercano di ribellarsi ma finiscono per banalizzare ogni discussione sulla pandemia, e invece di stare su un livello politico, regolarmente arrivano a sostenere che i vaccini sarebbero il male assoluto, la causa di ogni malattia.

Così come mi sono arrabbiata quando le istituzioni si sono sottratte al convegno organizzato dal Politecnico di Torino, altrettanto non sopporto più chi invita a parlare solo chi aderisce perfettamente alla propria narrazione e sostiene il proprio schieramento. Anche chi parla di una medicina personalizzata e che rispetta le scelte dei singoli viene attaccata se non demonizza il vaccino, come è capitato più volte alla sottoscritta, perché per definizione tutti i medici e gli scienziati sarebbero corrotti e inaffidabili.

In entrambi i casi lo scambio tra posizioni differenti fa problema. L'altro viene ridotto regolarmente a nemico.

Ogni discussione viene ridotta a scontro e si ripetono le parole d'ordine del proprio schieramento, senza rendersi conto che questa contrapposizione è assolutamente funzionale a chi vuole impedire una seria discussione sulla pandemia, ma in generale su dove sta andando la nostra società.

Chi alimenta queste contrapposizioni ha una grande responsabilità anche perché tutto questo porta ad un infinito senso di impotenza a livello politico. E lo stiamo vedendo a ogni livello.

Rispecchiarsi nell'identico a sé alimenta il proprio narcisismo ma impedisce di camminare e di cambiare punto di osservazione, di allargare lo sguardo. Che è ciò di cui abbiamo bisogno.” [Cit].


In questo articolo, Sara Gandini scrive sostanzialmente un commento sulla situazione ormai incancrenita del dibattito in Italia : “Se era e rimane corretto non fidarsi di quello che ci raccontano i teletromboni di stato che pretendono di rappresentare "La Scienza", è altrettanto sciocco affidarsi al primo rattoppato cerebrale che spiega su YouTube che ha trovato grafene nei vaccini, il che prova che sono stati progettati come strumenti per un programma di sterminio dell'umanità. Purtroppo, non c'è nessun dialogo fra i due campi opposti. Cercare di ragionare razionalmente su qualunque cosa sembra essere diventato impossibile in un paese che si trova in uno stato di paralisi culturale che ormai definiresti come simile a un paziente con danni cerebrali irreversibili. (UB)”. [Cit].


Ora, a metà Gennaio, è stato presentato dal Governo, quello che dovrebbe essere il, si fa per dire “nuovo” Piano Pandemico 2024-2028. Sinceramente non so in quanti lo sappiano e certamente non ne ho sentito parlare molto, anzi, e a chiedersi del perché rispondo sempre con un altro intervento sempre della Professoressa Sara Gandini. Si, sempre lei, di cui avete potuto leggere il pensiero poche righe sopra.


Bisogna avere pazienza e, prima o poi, i nodi vengono al pettine. La saggezza popolare qui è davvero istruttiva. È notizia recente il fatto che Il governo in carica ha presentato un “nuovo” piano pandemico (https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=119551) che, nel caso di future emergenze, ricalcherà esattamente le stesse linee direttrici adottate da Conte e Draghi, i precedenti responsabili della gestione (funesta) della pandemia/sindemia Covid-19. È confermata la centralità assoluta dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri (https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=119551) in cui si legge nero su bianco: La scelta del Dpcm quale strumento centrale di governo dell’emergenza sanitaria riflette dunque la posizione costituzionale del presidente del Consiglio quale garante dell’unità di indirizzo dell’azione di governo e di bilanciamento dei molteplici interessi pubblici), dei vaccini come “arma” decisiva per proteggere la cittadinanza dai virus, delle restrizioni e se necessari dei lockdown più o meno estesi”. [Cit].


Ora, fatta salva l’indiscutibile valenza dei vaccini, la nota ricercatrice prosegue: “Di nuovo si parla della possibilità di interrompere attività sociali, come la scuola in presenza, come mezzo per limitare i contagi. Di nuovo si prendono decisioni politiche senza usare le evidenze scientifiche emerse negli ultimi anni. Anche i nostri studi italiani che hanno indagato se l’apertura delle scuole fosse stata un motore della pandemia hanno mostrato che non ci sono DATI SOLIDI in questa direzione (https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/05/10/finita-la-pandemia-tiriamo-le-somme-tenere-chiuse-le-scuole-cosi-a-lungo-e-stato-un-errore/7157036/) e anche i recenti studi internazionali durante la diffusione della variante Omicron l’hanno confermato. Nel testo del piano pandemico si specifica che eventuali restrizioni alla libertà individuale devono rimanere in vigore solamente lo stretto necessario ed essere proporzionate sia alla probabilità sia all’entità dell’evento, affinché i rischi e i danni che potrebbero derivare per i singoli individui siano contenuti e inferiori al beneficio collettivo auspicato, ma sono gli stessi identici ragionamenti che sono stati fatti durante la pandemia. Questo “stretto necessario” è UN CONCETTO CHE DIPENDE DAGLI INTERESSI IN GIOCO e in passato è stato dettato più dalla necessità dei politici di difendersi da eventuali accuse di non avere chiuso abbastanza (la cosiddetta epidemiologia difensiva), in una situazione di sanità che è totalmente allo sbando, che dalla necessità di tenere conto degli effetti delle chiusure sulla salute psicologica dei giovani. Eppure anche noi abbiamo mostrato recentemente l’effetto che ha lasciare i giovani in casa di fronte ad uno schermo per mesi (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37637799/) La logica è sempre quella: di nuovo SI RIBALTA SUI CITTADINI responsabilità che sarebbero di governi che si susseguono uno dopo l’altro lasciando la sanità sempre meno in grado di far fronte alle richieste quotidiane. Figuriamoci di fonte alla prossima emergenza pandemica.

Meloni ha ribadito nei fatti, se ce ne fosse ancora bisogno, che la politica odierna – quantomeno quella esercitata da un ceto dirigente pavido e confuso – può solo abbracciare i diktat neoliberisti, per i quali le emergenze sono OCCASIONI DI PROFITTO e di riorganizzazione autoritaria dello spazio pubblico. Gli investimenti sulla sanità non sono solo inadeguati, largamente inferiori a quanto necessario, ma si accompagnano a una progressiva svendita dell’intero sistema di SERVIZI. Il privato si lecca i baffi e, sulla scia dell’esempio a stelle e strisce, allunga le mani sulla medicina pubblica, preparando in tema di salute quello che l’autonomia differenziata sta realizzando sul versante dei rapporti tra sud e nord nel nostro Paese.

Le DISEGUAGLIANZE sono così destinate a CRESCERE, e una sanità lasciata alle brame degli agenti di profitto potrà solo divaricare ulteriormente le condizioni di vita che separano ricchi (pochi) e poveri (sempre di più). Difficile, vista la complessiva concordanza tra centro-destra e centro-sinistra sugli strumenti da adottare per affrontare eventuali fenomeni “pandemici”, che qualche settore della politica parlamentare si opponga a questa ristrutturazione in senso ultraliberista della sanità italiana.

Alla luce di questa deriva, che ci obbliga a non tacere e a sollevare la questione con ancora più forza, risulta CHIARISSIMO a cosa sia servita l’opposizione feroce e ideologica tra fazioni che ha ruotato ossessivamente intorno al fulcro dei vaccini dal 2021 ad oggi: a spezzare in due l’opinione pubblica, spostando su questo versante critiche e dissenso che andrebbero riorientati decisamente contro le politiche neolibpop (neoliberiste e populiste) che stanno togliendo ai cittadini ogni accesso costituzionalmente garantito a servizi sociosanitari di qualità. Come affrontare, dunque, questa spoliazione a danno di tutte/i noi? Intanto ribadendo con nettezza che il FINTO BIPOLARISMO ALL’ITALIANA confluisce puntualmente sulle larghe intese, anche in materia di governance delle emergenze”. [Cit].


Per cui, se avete avuto la pazienza di leggere tutto quanto riportato sopra, mi verrebbe da sorridere (amaramente) qualora non si fosse compreso in quali contesto versiamo. Siete ancora certi che si sia appreso quel minimo sindacale di insegnamento dalla recente pandemia? A conti fatti, direi sostanzialmente di no. E che non si tirino più in ballo pretestuose differenze tra destra e sindestra dal momento che, di questo passo, in assenza di reali ma soprattutto veritiere alternative cui poter scegliere, si andrà avanti sinché l’intero “baraccone” non si incepperà una volta per tutte.

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