domenica 27 febbraio 2022

CHERNOBYL, I RUSSI CONTROLLANO LA CENTRALE NUCLEARE MA PER GLI ESPERTI CIO’ NON RAPPRESENTA UN PROBLEMA.


L'invasione russa dell'Ucraina ha fatto si che le truppe raggiungessero anche Chernobyl, il luogo in cui si verificò il peggior incidente nucleare al mondo. Ciò ha causato preoccupazioni e dubbi sullo stato del sito e su eventuali rischi connessi. Ma procediamo con ordine:

Cosa è successo a Chernobyl nel 1986? Al momento dell'incidente, a Chernobyl era ubicato il sito di una centrale elettrica sovietica con quattro reattori nucleari attivi di cui due in costruzione. Il 26 aprile di quell'anno, gli operatori impegnati nell’esecuzione di un test, persero il controllo del reattore numero Quattro da cui si sviluppò un incendio che distrusse l’edificio. Il conseguente aumento della pressione causato dall’accumulo di vapore determinò l'esplosione del nucleo con conseguente diffusione di materiale radioattivo nell'aria. Successivamente si registrò il surriscaldamento e l’infiltrazione del combustibile all'uranio. Il risultato finale fu che cospicue quantità di iodio radioattivo, cesio, stronzio e plutonio, così come altri isotopi prodotti durante la fissione nucleare, si sparsero su un'area di circa 150.000 km2. In quella terribile occasione persero la vita nell'esplosione iniziale 2 lavoratori mentre 28 soccorritori morirono nei tre mesi successivi a causa delle radiazioni. Collateralmente, cinquantamila residenti furono evacuati dalla vicina città di Pripyat e, fatto ancor più grave, almeno 1.800 bambini residenti nell'area interessata, svilupparono un cancro alla tiroide.


Come già scritto, gli isotopi radioattivi più pericolosi che vennero rilasciati a seguito dell’incidente furono lo iodio-131, lo stronzio-90 ed il cesio-137. Lo iodio-131 è caratterizzato da una “Half-Life”, ossia il tempo di dimezzamento pari al tempo occorrente per ridurre alla metà la quantità di un isotopo radioattivo, di circa solo 8 giorni. Può produrre rapidamente alti livelli di radiazioni in grado di causare il cancro, specialmente a livello tiroideo. La struttura chimica dello stronzio-90, invece, gli consente di sostituirsi facilmente al Calcio e quindi di di essere assimilato da denti e da ossa, ma la sua Half-Life è di ben 29 anni. Il cesio-137 infine, con un tempo di dimezzamento di 30 anni, oltre ad essere uno dei prodotti secondari più comuni della fissione, risulta essere altamente radioattivo, chimicamente reattivo, solubile e talmente leggero da favorire la contaminazione anche a grandi distanze.


Analizziamo ora come si presenta il sito oggi. Nelle settimane successive all'incidente, l'edificio che ospita il reattore e che presenta ancora materiale combustibile altamente radioattivo, venne “sigillato” all’interno di una struttura di cemento e acciaio chiamata “il sarcofago”. E’ abbastanza ovvio che, con il passare degli anni, tale struttura abbia iniziato a manifestare i primi segni di deterioramento.

Per far fronte a questa problematica venne costruita, a copertura della precedente protezione, una seconda struttura che fu completata nel 2019, progettata per far fronte ad eventi quali tornado e terremoti. In un'altra struttura del sito invece, venne raccolto il combustibile rimasto dopo l’esplosione. Questo è tuttora conservato nell'acqua sia per mantenere il raffreddamento sia per garantire una adeguata schermatura dalle radiazioni. Lo scorso anno si diede il via ad un processo per cui, una volta che il carburante viene sufficientemente raffreddato, questi viene trasferito in un deposito a secco in quella che viene definita come zona di esclusione.

Uno studio del 2009 condotto dai ricercatori del Savannah River National Laboratory rilevò che il livello di contaminazione nell'area interessata non sembrava diminuire così velocemente come si era inizialmente previsto. I ricercatori hanno comunque costantemente condotto una lunga serie di studi ambientali e biologici, grazie ai quali, negli anni, una parte dell’area è anche stata, sia pure limitatamente, riaperta al turismo, mentre alcuni residenti sono rientrati nelle proprie abitazioni.


E veniamo a cosa sta accadendo in questi terribili giorni. Chernobyl si trova tra la capitale ucraina di Kiev e il confine con la Bielorussia e sebbene l'Ucraina avesse di stanza forze di sicurezza nell'area, onde controllare la situazione, ciò non è bastato per respingere le forze speciali e le truppe aviotrasportate inviate dalla Russia.

Il governo ucraino ha affermato che il monitoraggio della radioattività nell'area, ha rilevato un aumento dei livelli di radiazioni dopo l'attacco su Chernobyl. SAFECAST, un’organizzazione internazionale, senza scopo di lucro per il monitoraggio dei dati ambientali, ha scritto su Twitter (https://twitter.com/safecast/status/1497215329767870470) che la spiegazione più probabile fosse quella legata ad un massiccio sollevamento di polvere radioattiva sul terreno da parte delle truppe militari russe durante il loro spostamento.

Inoltre, sempre secondo SAFECAST, le apparecchiature di monitoraggio hanno avuto problemi di connessione, e successivamente le letture fornite dai sensori sono rientrate molto rapidamente nell’ambito della normalità. Per tali ragioni gli esperti interpellati hanno dichiarato che il picco registrato potrebbe  essere stato causato proprio da un malfunzionamento dei sensori di rilevamento.

A tale proposito, Claire Corkhill, professoressa della Sheffield University ed esperta di materiale nucleare nel Regno Unito, ha dichiarato su Twitter (https://twitter.com/clairecorkhill/status/1497159634188132352) che, sebbene i picchi fossero fino a 20 volte oltre la norma, in termini relativi risultavano comunque "non particolarmente elevati”. Per rendere meglio l’idea, basti sapere che nei pressi del reattore di solito si registra una dose di 3 microsievert all’ora (µSv/h); questo valore è salito sino a 65, ossia “solo” 5 volte di più dei valori che si osservano per un normale volo transatlantico (13 µSv/h).


Concludo, sulla base di queste informazioni, su quali potrebbero essere i rischi connessi a questa azione militare. Steven Arndt, esperto di ingegneria nucleare e presidente dell'American Nuclear Society, ha dichiarato che è molto improbabile che la seconda struttura edificata nel 2019, a copertura del “sarcofago”, possa essere danneggiata accidentalmente: “Non sono eccessivamente preoccupato che le radiazioni possano diffondersi a grandi distanze a partire dalla zona di esclusione”.

Ha poi aggiunto che con ogni probabilità le truppe che entrano nell'area sono state esaustivamente informate circa le precauzioni da prendere, nonché adeguatamente equipaggiate per cui se anche i movimenti delle truppe possono smuovere il terreno contaminato, è altamente  improbabile che questo fatto possa contribuire a diffondere le radiazioni a ragguardevoli distanze. Kate Brown, una storica del Massachusetts Institute of Technology che ha studiato ciò che avvenne a Chernobyl, riporta di aver parlato con un'amica che lavorava nello stabilimento e che vive nelle vicinanze, la quale ha assicurato  che le misure di sicurezza implementate nella ricostruzione della struttura sono in grado di sopperire ai danni causati da un eventuale scontro a fuoco.


Di seguito riporto l’articolo relativo alle reazioni delle scienziati all’invasione russa dell’Ucraina. https://cen.acs.org/people/Scientists-react-Russian-invasion-Ukraine/100/web/2022/02


 

venerdì 25 febbraio 2022

LE DIVISIONI INVISIBILI DELL’EUROPA ALL’EPOCA DELLA COVID


Secondo i risultati contenuti nel rapporto ECFR (European Council on Foreign Relations ), “Europe's Invisible Divisions: How Covid-19 is Polarizing European Politics" scritto e pubblicato ad inizio Settembre 2021 dagli esperti di politica estera Ivan Krastev e Mark Leonard, diciotto mesi dopo lo scoppio della COVID-19 in Europa, si possono raccontare le storie di DUE pandemie “diverse” all’interno dell’Unione. Questo rapporto si basa su molteplici sondaggi, che a mio modo di vedere sarebbe almeno utile leggere indipendentemente dallo spirito di condivisione o meno, condotti all’interno di 12 Stati membri dell'UE (complessivamente rappresentanti 300 milioni di cittadini e l'80% del PIL dell'Unione Europea). Da un lato la maggior parte degli europei del Sud e dell’Est ritiene o almeno ha percepito come il virus abbia prodotto gravi danni, quali un innumerevole numero di malati, lutti ed ingenti difficoltà economiche. Dall’altro, all’interno dei confini dell’Europa Occidentale e Settentrionale si manifesta esattamente il contrario sia pure con la maggior parte gli intervistati che descrivono come la pandemia rappresenti un evento decisamente terribile.

Tanto per portare un esempio, in Ungheria, il 65% degli intervistati nel sondaggio ECFR ha affermato di aver subito pesanti ripercussioni personali a causa del virus, rispetto al 72% dei danesi, che ha affermato, al contrario, come la pandemia non li abbia affatto colpiti e con una Francia in cui il 64% dei cittadini afferma che il virus non ha avuto alcun impatto su di loro.

Le motivazioni alla base di queste evidenti dicotomie, (culturali, politiche, geografiche, generazionali ecc ), dimostrano come i diversi Paesi non siano riusciti a gestire la pandemia in modo univoco ed efficace. La conseguenza è stata l’alternanza di periodi in cui si sono applicati i consigli suggeriti delle comunità scientifiche, a cui si sono contrapposti periodi durante i quali i timori legati ad ingenti perdite in ambito economico hanno di fatto reso inapplicabili approcci decisamente più rigorosi per il contenimento della diffusione del virus. 

Del resto, man mano che l’andamento della pandemia è andato migliorando, come ora, giustamente, la scienza, ha da subito invocato un passo indietro rispetto a quanto viene richiesto alla politica ed alle sue decisioni. E tanto per essere realisti ( e meno ipocriti ), è impossibile non notare come questa terribile emergenza sanitaria vissuta dall’Europa, non abbia fatto altro che riproporre il cliché già visto con l’adozione dell’euro e la gestione della crisi dei rifugiati, con una Europa del Sud e dell’Est che palesemente si è sempre dichiarata gravemente colpita e compromessa rispetto a quella del Nord e dell’Ovest.

Questo sondaggio ha esplicitato anche un'altra divisione all’interno dell’Unione, rispetto al rapporto tra Stato e concetto di libertà individuale con un solo 22% degli europei che affermava di sentirsi "libero", rispetto al 64% di due anni prima.

Ecco il link ove poter leggere l’intero rapporto: https://ecfr.eu/publication/europes-invisible-divides-how-covid-19-is-polarising-european-politics/


sabato 12 febbraio 2022

COME LA STRUTTURA CHIMICA DEGLI ALLUCINOGENI PUO’ SPIANARE LA VIA PER LO SVILUPPO DI NUOVI FARMACI ANTIDEPRESSIVI.


MACBETH:

Guariscila di questo.

Non sai somministrare nulla a una mente inferma,

strappare dalla memoria un dolore che vi si è radicato,

cancellare le scritte angosciose dal cervello,

e con qualche dolce oblioso antidoto

liberare il petto ingombro

dalla materia pericolosa che pesa sul cuore?

                                                                                                                                        

La depressione è una malattia comune, che rappresenta nel mondo un problema sociale, caratterizzata da un umore ansioso con un corredo variabile di sintomi, e che l’OMS stimò diventare la 2° causa di disabilità entro il 2020. Statisticamente 1 donna su 4 ed 1 uomo su 10, può sviluppare questa patologia nell’arco della propria vita. Già nel 2016, solo negli USA, approssimativamente il 6-7% dei lavoratori a tempo pieno ne ha sofferto. Nel mondo, alcune molecole ascrivibili alle principali classi di farmaci anti depressivisi si sono classificate tra le 50 più dispensate nonché terze tra il numero totale di prescrizioni e nella classifica delle vendite, pari ad un volume di affari di circa 12,5 miliardi di $ che corrisponde a circa il 5% delle vendite totali dei farmaci.

Dal punto di vista farmacologico, i farmaci impiegati per tale patologia, si dividono, attualmente, in:

IMAO o inibitori delle monoamino ossidasi.

TCA o antidepressivi triciclici.

SSRI o inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina.

SNRI o inibitori della ricaptazione della noradrenalina e della serotonina.

ANTIDREPRESSIVI ATIPICI.

Nel corso degli anni la ricerca ha di molto migliorato la terapia e la prognosi della depressione. Purtroppo però, il lungo tempo di latenza prima di riscontrare l’effetto terapeutico, la presenza di effetti collaterali non indifferenti e la resistenza indotta alla resistenza alla terapia, rappresentano ancora, dal punto di vista farmacologico un bel problema, e questo rappresenta il motivo per cui si stanno esplorando altre ipotesi di meccanismi biologici. Vediamo dunque che cosa si sta prospettando in questo senso.


L’individuazione e la comprensione della forma a cristalli e della relativa disposizione delle molecole che costituiscono alcuni composti psicoattivi capaci di legarsi ad un recettore “chiave” della serotonina, grazie alla diffrazione dei raggi x, sono di fondamentale importanza in ambito chimico farmaceutico dal momento che, caratterizzandone alcune proprietà fondamentali come la solubilità, la stabilità, il processo di dissoluzione, (ossia quando un composto dalla forma particellare passa alla forma ionica o molecolare), la biodisponibilità e la capacità di poterli presentare sotto forma, per esempio, di compressa grazie ad una ben determinata pressione di “compattazione”, suggeriscono strategie di progettazione per terapie non allucinogene.

Questo recettore “chiave” della serotonina (5-idrossitriptamina o 5-HT) è identificato come 5-HT2A ed i ricercatori lo stanno indagando da tempo nel tentativo di comprenderne alcuni “segreti”. Uno tra tutti, capire come mai quando alcuni composti allucinogeni, tra cui LSD e psilocibina ad esempio, legandosi a questo recettore del nostro sistema nervoso centrale causano profonde alterazioni della coscienza, delle emozioni e della cognizione ( allucinazioni ), la stessa cosa non si realizza quando ciò avviene con altri composti, serotonina inclusa.


Effettivamente, nel corso degli anni è stato dimostrato che l'LSD o la psilocibina, ad esempio, sono in grado di trattare sia la depressione (https://www.statnews.com/2021/11/09/largest-psilocybin-trial-finds-psychedelic-effective-treating-serious-depression/) sia i disturbi legati all’abuso di sostanze quali alcol o nicotina (https://www-ncbi-nlm-nih-gov.translate.goog/pmc/articles/PMC4813425/?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc), ma purtroppo causano effetti allucinogeni, che ne ostacolano ovviamente l’impiego. Per questo motivo gli studi più avanzati dei ricercatori si stanno concentrando nell’individuazione di molecole in grado di mantenere la capacità di agire sulla variabilità dell’umore, senza causare allucinazioni.


In questo studio pubblicato sulla rivista Science (10.1126/science.abl8615) un team guidato dal Dr Sheng Wang presso il Center for Excellence in Molecular Cell Science - Shanghai Institute of Biochemistry and Cell Biology, dell'Accademia Cinese delle Scienze ed il Dr Jianjun Cheng dell’ Human Institute, della ShanghaiTech University ha presentato una “scoperta” che potrebbe accelerare la formulazione di analoghi psicoattivi privi di attività allucinogena, basandosi per la prima volta su una strategia che prevede la progettazione di strutture innovative per la formulazione di nuovi composti antidepressivi ad azione rapida. La base di partenza di questo studio è stato quello di visualizzare strutture rappresentate dal legame tra il recettore 5-HT2A con molecole quali la psilocina (il metabolita attivo della psilocibina), la dietilamide dell'acido D-lisergico (LSD), la serotonina e l’lisuride, un agente non allucinogeno impiegato nel trattamento del morbo di Parkinson.

Più in particolare gli scienziati hanno iniziato il loro studio esaminando più da vicino gli allucinogeni nel tentativo di individuare i meccanismi in grado di dare sollievo a chi soffre di depressione e, parallelamente, per verificare se gli effetti allucinogeni di queste sostanze costituiscono un effetto imprescindibile per la piena efficacia terapeutica di tale trattamento.


Nell’ambito di questa ricerca, gli Autori hanno esaminato da vicino l’LSD e la psilocibina quando si legano al recettore 5-HT2A utilizzando la cristallografia a raggi X e sono stati in grado di determinarne le conformazioni. Ciò che è apparso subito evidente è che entrambe le molecole sarebbero state in grado di legarsi al recettore 5-HT2A in due modi, sfruttando due diversi siti di legame chiamati in gergo anche “tasche” presenti sul recettore chiamati rispettivamente OBP (tasca di legame ortosterico) ed EBP (tasca di legame estesa) generando con entrambe le modalità, un’unica conformazione molecolare.

Seguendo questa linea i ricercatori si sono concentrati sul tentativo di sviluppare composti sfruttando l’interazione con il recettore 5-HT2A, evitando però un legame all’interno di una “tasca” idrofobica (perché una tale interazione avrebbe potuto stimolare l’insorgere di allucinazioni) ed utilizzando la seconda tipologia di legame (quella con l’EBP per intenderci), capace di dar vita ad un’unica, nuova, conformazione molecolare.


Riuscendo a visualizzare le differenze nel modo in cui tutte queste molecole si riescono a legare, i ricercatori hanno quindi progettato diversi composti ipotizzando che sarebbero stati in grado di interagire con il recettore 5-HT2A senza indurre allucinazioni e tra questi, in particolare, due sostanze a cui George Lucas non avrebbe saputo proporre due nomi più originali: IHCH-7079 e IHCH-7086.

I ricercatori hanno somministrato questi due composti ad uno di due gruppi di topi seguendo un classico modello animale ( al secondo gruppo sono state somministrate sostanze come LSD o psilocina) e per verificare quali dei due gruppi sviluppasse allucinazioni, si sono affidati al Twitch Test. Ora, per questioni facilmente intuibili, evito di approfondire ulteriori particolari circa la metodica piuttosto complessa di questa sperimentazione, riassumendo in conclusione che i ricercatori hanno rilevato che la somministrazione di questi due composti, se da un lato ha mostrato di poter alleviare alcuni sintomi legati alla depressione, dall’altro non ha mostrato segni che potessero indicare la comparsa di effetti allucinatori.


Gli autori in un'e-mail a Technology Networks hanno affermato: “Questi risultati forniscono una solida base per la progettazione basata sulla struttura di antidepressivi non allucinogeni e ad azione rapida sicuri ed efficaci"

In ogni caso, nonostante questi risultati iniziali possano indurre a pensare di essere molto prossimi a rendere i farmaci con spiccata attività allucinatoria più flessibili ed efficaci, i ricercatori sono stati necessariamente cauti riguardo al loro studio, ancora in una fase troppo precoce. Come hanno avuto modo di chiarire: "Va sottolineato che i composti riportati in questo studio non sono farmaci approvati, anzi, devono ancora essere assolutamente ottimizzati, dal momento che la dose minima efficace nei topi è ancora troppo alta. Pertanto saranno necessari ulteriori studi pre-clinici e clinici per verificarne la sicurezza e gli effetti antidepressivi nell'uomo”. 


Ciò non toglie che la strada intrapresa, sia molto promettente e probabilmente quella giusta, ma questo lo vedremo presto in un non lontano futuro.


lunedì 31 gennaio 2022

IL “DIETRO ALLE QUINTE”, CHE HA CONDOTTO ALLA FORMULAZIONE DI PAXLOVID.

(Una narrazione interessante che si può riassumere con la frase “Making rings is kind of boom or bust in med chem. You either win big or you lose big” - Dafydd Owen, Pfizer’s senior scientific director, medicinal chemistry).

Premetto che questo lungo post, vuole rappresentare, per chi ne fosse interessato, una “sbirciatina”, con un occhio più propenso alla narrativa giornalistica che alla pura conoscenza tecnica dell’argomento, su un mondo di cui in tanti parlano, scrivono, discutono, ma spesso senza avere la benché minima idea di cosa si celi, molto spesso, dietro la scoperta o sviluppo di un farmaco. 

Sono stato sempre incuriosito dal lavoro svolto che portò a questa formulazione ormai assunta agli onori anche della cronaca, e contestualmente mi sono spesso interrogato, leggendo le più disparate pubblicazioni al riguardo, su come quel progetto fosse stato seguito, volgendo spesso l’occhio sulle risorse impiegate, i tempi di realizzazione ed i rischi connessi ad una tale operazione. Questa vicenda, tutto sommato dai contorni intriganti, da leggersi quasi fosse un racconto, iniziò il venerdì 13 marzo del 2020, quando il chimico Dafydd Owen, impegnato nella progettazione e sviluppo di farmaci alle dipendenze della R&D ( Ricerca e Sviluppo ) di Pfizer a Cambridge, nel Massachusetts, anziché rimanere come al solito nel proprio ufficio, fu rimandato a casa. In una intervista dichiarò in seguito: “Siamo stati tutti rimandati a casa quel venerdì perché, a quel tempo, il mondo era completamente diverso”. Ritornando a casa, Owen, sapeva comunque bene che quella decisione non era stata certamente presa per far si che lui si potesse spaparanzare tranquillamente sul proprio divano per abbuffarsi di Netflix e popcorn. Ehh no!

Come molti colossi farmaceutici, in quel periodo, anche la Pfizer stava mettendo in stand-by la maggior parte dei progetti pregressi  per poter far fronte all'emergenza nazionale causata dalla COVID-19 ed infatti, quel venerdì, il CEO di Pfizer rese noto ai propri collaboratori più stretti, un piano in cinque punti che riassumeva in sostanza, quale dovesse essere la risposta dell’Azienda alla Covid-19. Tradotto, i capi di Owen, perseguendo una prassi insolita, gli chiesero di trascorrere il fine settimana pensando a quali risorse avrebbe avuto di bisogno per avviare un programma capace di sviluppare un farmaco orale per combattere la pandemia emergente. Preciso, ad onor del vero, che Owen era anche a conoscenza del fatto, tutt’altro che trascurabile, che in termini di risorse, lui e quello che sarebbe diventato il suo team, avrebbero potuto far conto sul 50% di risorse in più, rispetto a quelle normalmente riservate a qualunque altro programma di ricerca, anche se ovviamente il tempo a disposizione sarebbe stato molto più breve. So…what was the problem? Owen, oltre a non essere mai stato un capo progetto, non aveva mai lavorato ad un antivirale.

Lungi dal preoccuparsi, accettò ugualmente la sfida, contando anche sull’ipotesi, tutt’altro che peregrina, che Il suo “status” di capo progetto alle prime armi avrebbe potuto conferirgli un vantaggio anzichenò.


Che si avvertisse un impellente senso d’urgenza era fin troppo chiaro ma Owen, non avendo mai guidato prima un progetto di ricerca e nello specifico su quella particolare classe di farmaci, non si sentiva vincolato da nessun preconcetto o condizionamento su come un tale programma dovesse essere gestito. Durante quel fine settimana, Owen rispolverò tutte le sue conoscenze di chimica farmaceutica incentrate sugli antivirali ed in questo fu, tutto sommato agevolato, dal momento che non dovette procedere alla cieca per individuare uno specifico target. Ciò si rese possibile perché già da tempo gli scienziati di Pfizer avevano individuato come obiettivo quello di sviluppare un antivirale capace di inibire la proteasi principale (nota anche come proteasi 3CL) del SARS-CoV-2 e questo poiché in un recente passato, inibire la proteasi virale, per dirla semplice, l’origine dell’intero arsenale molecolare del virus, si era rivelata una strategia di successo nello sviluppo di farmaci per contrastare l'HIV e l'epatite C.

Ed Owen ben sperava che, sebbene non si potessero confrontare quei virus con il SARS-CoV-2, la strategia in quella direzione appariva estremamente solida e promettente. 

Last but not least, la Pfizer aveva anche un asso nella manica: nel 2003, i ricercatori dell'azienda svilupparono un antivirale, noto come PF-00835231; questo antivirale era in grado di bloccare la principale proteasi di un coronavirus emerso nel 2002 e causa della sindrome respiratoria acuta grave nota ai più come SARS, ma proprio poco prima di iniziare le fasi di test sui pazienti, l’epidemia venne contenuta e PF-00835231 non vide mai la luce.


In quel lunghissimo weekend, Dafydd Owen, fece il punto su quanto realmente si conosceva del funzionamento di PF-00835231. La struttura era simile a quella di un peptide ( una molecola di sintesi formata dal legame lineare di 2 o più aminoacidi ), in grado di legarsi all’interno della proteasi principale del virus responsabile della SARS e poiché questo sito di legame era identico, tanto per la SARS quanto per il SARS-CoV-2, i ricercatori Pfizer ragionarono sempre sull’idea che PF-00835231 potesse funzionare anche contro il nuovo virus ed i test condotti, effettivamente, dimostrarono che avevano ragione. Ma c’era un ma, il solito “maledetto” MA. Essendo simile ad un peptide, PF-00835231 era particolarmente ricco di donatori di legami idrogeno ( ben 5 ) e per farla semplice, questa peculiarità, “intrappolava” la molecola a livello intestinale, se assunta oralmente, condizionandone quindi la somministrazione solo per via endovenosa e quindi in ambiente ospedaliero.

Esattamente l’opposto di quanto era stato richiesto al nostro “protagonista”.

Fu questa quindi, la vera sfida su cui Owen, ragionò in quei giorni, partendo dall’assunto, come ebbe a dichiarare in seguito egli stesso, che “si trattasse di un problema di chimica farmaceutica”, ossia arrivare ad una molecola antivirale che potesse essere assunta oralmente ai primi sintomi di malattia.


La narrazione ci racconta poi che dopo un fine settimana trascorso a studiare ed ad individuare le strategie più adatte da adottare, lunedì 16 marzo 2020, Owen ed i suoi colleghi riuscirono ad elaborare un programma consono alle aspettative. Ciò che arricchisce questa vicenda anche dal punto di vista “umano” fu il fatto che Owen, a differenza dei suoi colleghi e collaboratori, non rientrò nel proprio ufficio a Cambridge, cosa che fece solo alla fine dell’ Aprile 2021. Egli infatti preferì trascorrere i successivi tredici mesi, lavorando in un improvvisato ufficio/laboratorio allestito presso la propria abitazione. Decisione che gli permise di godersi in santa pace la natura che lo circondava e contemporaneamente di seguire il percorso scolastico dei figli in DAD.   


E qui, la storia si arricchisce di qualche contenuto tecnico in più. Il programma che venne elaborato in quel famosissimo weekend comprendeva, come base di partenza, l’eliminazione di alcuni donatori di legame idrogeno, dal momento che rappresentavano l’elemento portante del problema, per cui ciascuno di quelli presenti in PF-00835231 vennero presi in esame e studiati dettagliatamente. Il ragionamento che guidò Owen in questa fase fu che se un determinato legame idrogeno fosse fondamentale per far legare il composto alla proteasi, doveva rimanere nella molecola, mentre si sarebbe dovuto procedere all’esclusione di quei legami idrogeno che, anche se eliminati, non avrebbero compromesso l’attività antivirale. 


Il primo donatore di legami idrogeno che il team, oramai guidato a tutti gli effetti da Owen, rimosse da PF-00835231 fu l'α-idrossimetilchetone.

Owen e la sua squadra, pensarono che avrebbero potuto sostituirlo, potendo scegliere tra il benzotiazol-2-yl chetone ed il nitrile, e dopo accurate valutazioni, pur essendo molecole entrambe promettenti, la scelta cadde su quest’ultimo. 

Perché?… Come spiegò Owen in seguito, innanzitutto perché il nitrile si dimostrò più solubile del benzotiazol-2-yl chetone e più una molecola è solubile, più facile risulta produrre soluzioni della molecola richiesta in alte concentrazioni per gli studi di tossicologia pre-clinica. Secondariamente, ma non meno importante, la procedura per produrre su larga scala quel nitrile si rivelò molto più semplice rispetto a quella per il benzotiazol-2-yl chetone e questo fatto, se all’interno di un laboratorio, per fini di studio, non fa una grande differenza, diventa invece discriminante nel momento in cui si pensa di iniziare un processo di produzione. Per cui, quando pensate ad un processo di sviluppo e produzione di un farmaco, non pensate che sia come andare a far la spesa al supermercato, solo con il portafoglio gonfio di sodi. 


Un secondo donatore di legami idrogeno che il team si rese conto di poter escludere, venne rinvenuto in una determinata porzione dell’aminoacido leucina presente in PF-00835231. Per questo motivo, quella determinata porzione, fu sostituita con un aminoacido ciclico (la prolina è l’unico amminoacido ciclico, non ha caratteristiche polari e non presenta alfa idrogeni pertanto non può formare legami a idrogeno). 

In questo contesto assume dunque un significato estremamente chiaro, la frase riportata ed attribuita allo stesso Owen :“Making rings is kind of boom or bust in med chem. You either win big or you lose big”, dal momento che quando si va ad agire su una molecola ciclica, si sta “provando”, passatemi il termine non corretto, una nuova conformazione molecolare per cui è indispensabile che la conformazione sia quella giusta, altrimenti il rischio è quello di ritrovarsi tra le mani una molecola inattiva. 

Un aspetto importante da sottolineare è che quando Owen ed i suoi collaboratori introdussero quell’elemento ciclico nella molecola PF-00835231,  se da un lato osservarono un modesto calo di potenza farmacologica, dall’altro, constatarono che tale calo non era sufficiente per ridurre in modo significativo l'attività del composto e quindi, quella componente ciclica, divenne a tutti gli effetti una caratteristica fondamentale da cui non poter prescindere. 


Come spesso accade in questi casi, però, quella rimozione comportò un costo, in termini chimici ovviamente, e l’intero team, dovendo cercare di ripristinare un’interazione persa con un particolare aminoacido (glicina) si concentrò su 3 molecole, per individuare quella più adatta da inserire ed indicata allo scopo: methanesulfonamide, acetamide e trifluoroacetamide. Queste tre molecole, all’apparenza simili, si pensava fossero in grado di comportarsi tutte allo stesso modo, ma alla prova dei fatti non si rivelò affatto così e, nei test che seguirono, solo la trifluoroacetamide manifestò una buona capacità di permeare la barriera intestinale.

Questo aspetto risultò determinante, come si può evincere dalle dichiarazioni espresse da Jeremy Green, chimico e consulente per lo sviluppo di farmaci antivirali, che pur in virtù di una notevole esperienza sul campo, non fu coinvolto direttamente nel progetto, il quale non ebbe alcuna esitazione nel dichiarare: “ Quella della trifluoroacetamide, per la maggior parte dei ricercatori, non sarebbe stata certamente la prima scelta, ma i risultati ottenuti nei test, indicarono chiaramente che fosse in grado di conferire davvero quella permeabilità che si stava cercando di ottenere”. 

Ed andò esattamente così, tanto che lo stesso Owen, confortato dai risultati ottenuti, rilasciò una dichiarazione in cui testualmente affermò: “Quando fummo convinti che l’effetto della trifluoroacetamide era così importante, riuscimmo nell’intento di integrarla all’interno di tutti quei cambiamenti chimici che avevamo operato sino al allora, al fine di poter poi garantire quella biodisponibilità orale che era alla base della  somministrazione dell’antivirale”. E con ciò, fine della trattazione di contenuti troppo tecnici.


Fu così che, Il 22 luglio del 2020, vide la sua prima luce la molecola PF-07321332, quella che solo più tardi sarebbe stata conosciuta con il nome

di Nirmatrelvir. Da notare, nell’ambito della narrazione di questa vicenda che, come dichiarò lo stesso Owen: “Quel composto rientrava semplicemente nel novero degli altri 20 che erano stati prodotti in quella sola settimana, e nulla di più. A tutti gli effetti, non sapevamo ancora di cosa effettivamente avevamo per le mani”.  

Quello di cui si era consapevoli si traduceva soltanto nel fatto che quella molecola comprendeva tutte le modifiche strategicamente escogitate e successivamente messe in atto dall’intero team per poter rendere il composto un efficace antivirale in grado di essere assunto sotto forma di una semplice pillola. Pertanto, fu solo quando vennero resi noti i relativi risultati dello studio di farmacocinetica sui ratti, che confermavano sia la buona attività antivirale sia la proprietà relativa alla somministrazione per via orale, che i ricercatori di Pfizer guidati da Owen, ebbero la conferma di aver intrapreso con PF-07321332 la strada giusta, seppur ancora lunga da completare, e ciò avvenne solo una mattina del 1 settembre 2020.


La narrazione racconta come la produzione di PF-7321332 sia iniziata alla fine del mese di Giugno 2020 con la sintesi di 7 mg del composto da parte di un team di circa 210 ricercatori. Questi pochi milligrammi divennero 100 g a fine Ottobre e due settimane più tardi, grazie all’incoraggiamento di quei dati aspettati quanto attesi di farmacocinetica, l’intero team di Pfizer, riuscì nell’intento, entro la fine di Novembre di quell’anno, di aumentarne la sintesi, producendo sino a 1,4 kg del composto da utilizzarsi per i successivi  studi tossicologici.

( Rifletta su questi pochi numeri: 210 ricercatori per poco più di un Kg di prodotto nell’arco di poco meno di 5 mesi, chi sbandiera a destra e a manca, senza sapere nulla al riguardo dell’argomento che la ricerca farmaceutica sia solo un’oasi felice nell’immaginario collettivo in cui i problemi sono unicamente legati ai brevetti e che in pochi mesi si possano ottenere quintalate di “prodotto” finito da vendersi al migliore offerente punto e basta ). Più esattamente, la campagna di sintesi continuò incessantemente ( a Marzo del 2021, si poteva parlare di chilogrammi, prodotti secondo tutti i requisiti normativi richiesti ) per avviare, sulla scorta di quei dati molto promettenti ma anche ottenuti rapidamente, ben due studi tossicologici e l’avvio di uno studio di fase 1 sull'uomo.

Come ebbe più volte da dichiarare lo stesso Owen, condurre più attività, compresa la produzione, in parallelo piuttosto che in una ben determinata sequenza temporale, rappresentava certamente un rischio finanziario, ma calcolato all’origine. Di certo, non rappresentava la norma, dal momento che se le cose non avessero funzionato, tutti gli sforzi prodotti si sarebbero dissolti nel nulla. Ma quello era il momento di esibire la massima efficienza possibile unitamente ad un “briciolo” di coraggio.

Ovviamente, come già scritto prima, l’impatto con la “vita reale” non è mai sempre e solo rose e fiori per cui i processi di sintesi di un composto che conducono ad una produzione all’interno delle quattro mura di un laboratorio sono una cosa, mentre quelli necessari a realizzare una produzione industriale su vasta scala, rappresentano tutt’altra storia. 


Ed arriviamo così verso la fine di questa narrazione. L’intero gruppo di studio, che iniziò il proprio lavoro in quell’ormai lontano quanto cruciale weekend, per poter presentare al mondo il proprio antivirale orale, a cui diede il nome di Paxlovid, combinò ulteriormente il composto PF-07321332 con un antivirale già utilizzato nel trattamento dell’HIV, il Ritonavir. L’aspetto interessante, e certamente meno conosciuto, è rappresentato dal fatto che Owen afferma che questo approccio era quello che i ricercatori pensavano di dover adottare fin dall'inizio del progetto. Ritonavir non ha alcuna attività contro il SARS-CoV-2 ma è in grado di impedire che il composto PF-07321332 si degradi prima che abbia svolto il proprio compito di inibire la proteasi principale del virus.


Concludo, rispondendo a chi ancora si domanda cosa rappresenti, oggi, in termini pratici, Paxlovid. L’ex PF-07321332, rappresenta dunque il primo trattamento antivirale orale per la COVID-19 che può essere assunto a casa. Si tratta di una associazione farmacologica, Nirmatrelvir/Ritonavir, (300mg/100 mg due volte al dì per 5 giorni) in cui il Nirmatrelvir agisce come un inibitore della proteasi SARS-CoV2-3CL e quindi attivo sulla replicazione virale, mentre il Ritonavir (farmaco già ampiamente utilizzato per il trattamento dell’infezione da HIV) rallenta, a basse dosi, la degradazione del Nirmatrelvir stesso. Questa terapia, in grado di ridurre il rischio di ricovero in ospedale causa COVID-19 di circa il 90%, deve essere avviata il prima possibile e comunque non oltre i 5 giorni dall’esordio dei sintomi.

L’FDA americana ha emesso un provvedimento di autorizzazione all'uso di emergenza (EUA) di Paxlovid per il trattamento della malattia da SARS-CoV-2 di grado lieve o moderata negli adulti e nei pazienti pediatrici (> 12 anni di età e di > 40 Kg di peso corporeo) che abbiano un test diretto positivo per SARS-CoV-2 e che presentino fattori di rischio per progressione a COVID-19 grave. Paxlovid è attualmente autorizzato per uso condizionale o di emergenza (EUA) in diversi paesi in tutto il mondo ed in Europa, mentre l'Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), ne ha raccomandato oggi l'autorizzazione all'immissione in commercio condizionata per le stesse indicazioni autorizzate da FDA. (https://www.ilsole24ore.com/radiocor/nRC_27.01.2022_15.22_46710467). Questi sono i link in cui si è scritto di Paxlovid e relativi nullaosta, per chi volesse, “rinfrescarsi la memoria”.


https://www.facebook.com/paolo.bonilauri.1/posts/10226560637032563

https://www.facebook.com/pillolediottimismo/posts/450911119982698

https://ilgeneegoista.blogspot.com/2021/12/le-indicazioni-di-ema-per-lutilizzo.html

https://ilgeneegoista.blogspot.com/2021/11/pfizer-avvia-lo-studio-di-fase-iiiii.html

https://ilgeneegoista.blogspot.com/2021/11/molnupiravir-lagevrio-di-merck-e.html

https://ilgeneegoista.blogspot.com/2021/12/via-libera-temporanea-agli-antivirali.html

https://ilgeneegoista.blogspot.com/2021/12/tra-usa-ed-italia-regali-di-natale.html


NOTA BENE: PAXLOVID NON RAPPRESENTA UN’ALTERNATIVA AL VACCINO.



domenica 2 gennaio 2022

AGGIORNAMENTO ANTICORPI MONOCLONALI ED ANCORA DUE PAROLE SU PAXLOVID.


La FDA ha approvato l’8 Dicembre 2021 ( FDA approva l'uso di emergenza di Evusheld) i nuovi anticorpi monoclonali a lunga durata d'azione (tixagevimab con cilgavimab somministrati insieme) per la profilassi pre-esposizione, ossia per la prevenzione, di Sars-Cov-2 in alcune tipologie di individui adulti e pediatrici (dai 12 anni in su e che pesino almeno 40 Kg).

Il loro impiego, è riservato per quei soggetti che non risultino ancora infetti dal virus SARS-CoV-2 e che non siano stati esposti a un individuo infetto in tempi recenti. Altre condizioni compatibili con il loro impiego sono:

  • avere un sistema immunitario compromesso di grado moderato o grave a causa di una patologia
  • avere un sistema immunitario compromesso di grado moderato o grave a seguito dell’assunzione di farmaci o di trattamenti immunosoppressivi che potrebbero vanificare una giusta risposta immunitaria da parte del vaccino.
  • riportare nell’anamnesi una storia di gravi reazioni avverse a un vaccino COVID-19 e/o a un componente/i di tali vaccini, motivo per cui la vaccinazione risulti non raccomandata ed impraticabile.

Evusheld è una combinazione di di 2 Anticorpi Monoclonali (MAB) di AstraZeneca somministrabili, per la prima volta con due iniezioni intramuscolari consecutive separate ma in successione, dei due MAB. Da quanto emerge in letteratura la sua evoluzione non è stata tutta rosa e fiori, almeno inizialmente. Impiegato nei trials clinici su pazienti affetti dal Sars-Cov-2 in uno stadio già avanzato, questi non hanno fornito risultati molto incoraggianti.

La decisione fu quindi quella di impiegare questa combo in un trial (dimostratosi azzeccato) che avesse come end point l’attività di prevenzione della malattia, e questo perché l’emivita risultava essere molto lunga con una attività ancora presente dopo un anno. E da qui, la EUA. (https://www.fiercepharma.com/pharma/astrazeneca-scores-approval-for-its-covid-19-antibody-cocktail-a-substitute-for-vaccination?fbclid=IwAR0eKmBuQ1p4DYEPKdHlOJqWs6OWaDBGhs1JejvyHUaW0tyH3LYqs3UO9Fo).


Quanto a Paxlovid, ne ho scritto diffusamente qui: https://ilgeneegoista.blogspot.com/2021/12/le-indicazioni-di-ema-per-lutilizzo.html, https://ilgeneegoista.blogspot.com/2021/11/pfizer-avvia-lo-studio-di-fase-iiiii.html, https://ilgeneegoista.blogspot.com/2021/11/molnupiravir-lagevrio-di-merck-e.html, https://ilgeneegoista.blogspot.com/2021/12/via-libera-temporanea-agli-antivirali.html, https://ilgeneegoista.blogspot.com/2021/12/le-indicazioni-di-ema-per-lutilizzo.html, https://ilgeneegoista.blogspot.com/2021/12/tra-usa-ed-italia-regali-di-natale.html


Come scrive anche Eric Topol, “Paxlovd rappresenta il primo farmaco specificamente studiato per il SARS-CoV-2… Certo sarebbe stato fantastico averlo avuto a disposizione sin dai primi giorni della pandemia; fortunatamente la velocità con cui questa molecola è stata testata e validata è davvero impressionante. Ne abbiamo bisogno là fuori in grandi quantità il prima possibile….” (https://erictopol.substack.com/p/why-paxlovid-is-a-just-in-time-breakthrough?fbclid=IwAR1u0N1hrwOryQ2MnDrL_A-orJhkO__rhn4UwI5YaqlP2C8zXo-E2MaK8YI).

E’ quindi altamente probabile che questo antivirale, salirà presto all ribalta, superando probabilmente anche l’impiego di diversi MAB, con l’eccezione presumibilmente di Evusheld grazie al suo effetto di prevenzione ed attività nei confronti delle diverse varianti, e di Sotrovimab. 

La domanda che resta da porre è…cosa ce ne faremo allora di Remdesivir?…


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