mercoledì 16 agosto 2023

AOH1996, IL TRATTAMENTO ANTI CANCRO DI CUI TANTO SI SCRIVE… SEMPLICE SEMPLICE E LA SOLITA SOLFA DELLA COMUNICAZIONE.


I ricercatori del City of Hope Hospital di Los Angeles hanno individuato il meccanismo alla base di una chemioterapia orale che è già in fase di test sugli esseri umani, aggiungendo “peso” al pacchetto di dati pre clinici alla base del potenziale del farmaco, nei confronti di una serie di tumori solidi.


Per chi volesse approfondire l’argomento, posto il link di riferimento più esaustivo: https://www.cell.com/cell-chemical-biology/fulltext/S2451-9456(23)00221-0?_returnURL=https%3A%2F%2Flinkinghub.elsevier.com%2Fretrieve%2Fpii%2FS2451945623002210%3Fshowall%3Dtrue


Per farla semplice, facendo una similitudine, la pillola “killer” anti tumorale funzionerebbe come una tempesta di neve che fa chiudere un aeroporto. Una similitudine che è stata proposta da una delle autrici senior dell’articolo, Linda Malkas Ph.D., il cui laboratorio presso il City of Hope ha sviluppato il farmaco per poi concederlo in licenza* a RLL-LLC, una start-up biotecnologica che ha co-fondato con le seguenti parole: “il PCNA (antigene nucleare delle cellule proliferanti proteiche) è come un importante hub aereo contenente più gates. I dati suggeriscono che il PCNA è alterato in modo univoco nelle cellule tumorali e questo fatto ci ha permesso di progettare un farmaco mirato esclusivamente alla forma mutata (l’alterato di cui sopra). La nostra pillola anti tumorale è come una tempesta di neve che chiude questo hub aereo chiave, interrompendo tutti i voli in entrata ed in uscita solo per quegli aerei che trasportano cellule tumorali".


Più nello specifico, nello studio pubblicato il 1 agosto su Cell Chemical Biology, i ricercatori hanno dimostrato come la molecola AOH1996 sviluppata come già detto dal City of Hope Hospital di Los Angeles prenda di mira una tipologia cancerogena della proteina nota appunto come PCNA. La terapia è stata in grado di debellare le cellule tumorali di oltre 70 diverse linee di cellule tumorali solide, sulla base di nuovi studi pre-clinici su modelli animali che hanno finora dimostrato  la sua efficacia nella lotta contro le cellule cancerose comprese quelle causate da tumori al seno, alla prostata, al cervello, al collo dell'utero, alle ovaie, alla pelle e ai polmoni. Questo studio ha dimostrato che l'AOH1996 sarebbe in grado di sopprimere le cellule tumorali interrompendo il ciclo riproduttivo cellulare, inibendo in particolare i conflitti tra trascrizione e replicazione, un fenomeno che si verifica quando i due meccanismi cellulari critici responsabili dell'espressione genica e della duplicazione del genoma entrano in collisione tra loro nella stessa posizione genomica. Ciò porta allo stress della replicazione del DNA, all'instabilità del genoma e, in definitiva, può dare origine al cancro.

Prendendo di mira il PCNA mutato con AOH1996, i ricercatori hanno impedito alle cellule con DNA danneggiato di dividersi lasciando intatte le cellule normali, come dimostrato dagli studi sugli effetti del farmaco sulle cellule staminali sane.


In un comunicato stampa, l'autore principale dello studio, Long Gu, Ph.D. ricercatore presso il City of Hope ha dichiarato: “Abbiamo scoperto che il PCNA è una delle potenziali cause dell'aumento degli errori di replicazione dell'acido nucleico nelle cellule tumorali. Ora che conosciamo l'area problematica e possiamo inibirla, scaveremo più a fondo per comprendere il processo per sviluppare farmaci antitumorali più personalizzati e mirati".


AOH1996 è attualmente valutato in uno studio clinico di fase 1 presso il City of Hope (https://classic-clinicaltrials-gov.translate.goog/ct2/show/NCT05227326?titles=AOH1996&draw=2&rank=1&_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc). I pazienti eleggibili includono adulti con tumori solidi che non hanno trovato trattamenti standard efficaci, ai quali verrà chiesto di assumere il farmaco sotto forma di pillola due volte al giorno. Tuttavia, alcune evidenze dello studio attuale suggeriscono come l’AOH1996 abbia anche reso le cellule tumorali più suscettibili agli agenti chemioterapici che agiscono inducendo danni al DNA o ai cromosomi, come il farmaco cisplatino. Ciò significa che la terapia potrebbe essere una potenziale candidata per regimi di terapia combinata.

Ora non resta che attendere i prossimi sviluppi, al di là delle aspettative che i grandi media hanno prontamente contribuito a creare, cosa che certamente non avverrà a breve termine.

Il minimo sindacale sarebbe quello di lasciare studiare, al netto di qualsiasi genere di “pressione”, i chimici farmaceutici e tutti gli altri specialisti che si adoperano nella scoperta di nuovi farmaci e che da anni lavorano nel settore. Piaccia o meno sono gli unici ad essere nella posizione ideale per sapere cosa cercare e cosa evitare. Sfruttare al meglio gli strumenti moderni a loro disposizione, in unione alle capacità e alle competenze sviluppate in passato in più programmi di ottimizzazione dei lead, renderà più probabile il successo.

venerdì 30 giugno 2023

STRADIVARI E SCIENZA: I SEGRETI NASCOSTI DI UN “MAESTRO”.


Antonio Stradivari passò alla storia come il creatore di alcuni degli strumenti a corda dal suono migliore che siano mai stati

realizzati. Degli oltre 1.100 violini, violoncelli, viole, chitarre e arpe che ha realizzato durante la sua vita (1644-1737), ne sono rimasti circa 650. Una “leggenda” narra che Stradivari scegliesse a mano gli abeti rossi per fabbricare i suoi violini in base al suono che producevano quando li colpiva con un martello. Uno studio più recente sostiene che Stradivari abbia imparato il mestiere da Nicola Amati. Tuttavia, la prova tangibile che collega i due liutai si basa su di un singolo violino Stradivari recante l'etichetta Antonius Stradivarius Cremonensis Alumnus Nicolaij Amati, Faciebat Anno 1666.


Lo scorso anno, grazie a questo studio,(Dendrochronologia 2022, DOI: 10.1016/j.dendro.2022.125960), si è riusciti in primo luogo a confermare, grazie ad una approfondita analisi dendrocronologica (per farla breve, studio degli anelli di accrescimento degli alberi, una sorta di impronta digitale), che entrambi i liutai utilizzavano il legno di uno stesso albero. Ciò non chiarisce però se i due abbiano mai lavorato insieme. Infatti si potrebbe anche pensare che più semplicemente forse abbiano semplicemente acquistato il legno dallo stesso fornitore.


Ecco perché una accurata revisione dell'American Chemical Society sull’argomento, sta indagando se ciò che ha reso straordinario il suo lavoro tragga origine dai trattamenti chimici, quali l’impiego di borace, zinco, rame e allume insieme all'acqua di calce e dalle finiture che applicò su quella determinata tipologia di legno che utilizzò.

Alcuni studi hanno recentemente fatto riferimento ad uno strato posto al di sotto della vernice destinato a levigare il legno (quindi migliorarne il suono). Tuttavia la sua composizione è ancora parzialmente oggetto di controversie. Esaminando quel sotto strato su due violini su scala nanometrica, impiegando la spettroscopia a infrarossi e la microscopia a forza atomica (AFM-IR), si sono rilevate tracce di proteine animali (Anal. Chem. 2022 DOI: 10.1021/acs.anal​chem.2c02965).

Si tratta di minuscole macchie con inconfondibili segnali IR proteici su entrambi i violini, appena assorbiti nella prima fila di cellule del legno. lo spettro IR assomiglia al collagene o alla caseina, quindi è probabile che la proteina provenga da una specie di colla di origine animale. E la ricerca ed il “mistero”…continuano.


lunedì 30 gennaio 2023

JUDITH C. GIORDAN E QUANTO PUO’ ESSERE COMPLICATO “RAGIONARE” PARLANDO “LINGUE” DIVERSE.

 


Così scriveva Eric Topol circa due anni fa: “Se dovessi scrivere una sceneggiatura su come distruggere la credibilità della scienza, non farei molto fatica dal momento che è già stata scritta e…vissuta”.


Fatta questa debita premessa, l’interesse di J. C. Giordan nei confronti della chimica nacque quando comprese che tutto ciò che ci circonda è composto da atomi e la sua ambizione fu sin da subito quella di risolvere problemi e fornire soluzioni (non chiacchiere). Ora ricopre il ruolo di Presidente dell'ACS 2023 e si è posta un impegno ben preciso: recuperare la fiducia del pubblico nella scienza e negli scienziati. Fiducia…non fede eh!? 

Precisazione d’obbligo, scorrendo tra le righe dell’articolo che ne riporta l’intervista (https://cen.acs.org/acs-news/Judith-C-Giordan-wants-to-create-a-rising-tide-for-chemists/101/i1), dal momento che vi si può leggere: “In passato, si credeva e ci si fidava della chimica e della scienza in generale, e anche se le persone non capivano le sfumature insite in tutto ciò che è scienza, almeno pensavano che non fossero proprio gli scienziati a poter danneggiare il pianeta. Recenti dati del Pew Charitable Trusts e di altre organizzazioni hanno evidenziato che noi, come società, siamo entrati in un periodo in cui le persone non sono più sicure di chi o di cosa dovrebbero fidarsi, e spesso considerano come un dato di fatto inoppugnabile qualsiasi “teoria” che rispecchi le loro  convinzioni ed intuizioni”. Sino a qui una modesta, personale, traduzione, ma cosa accade riportando il testo originale? Detto fatto:  “In the past, chemistry and science in general were trusted and believed in, and even if people didn’t understand the nuances of the science, they at least believed scientists were not out to harm them or the planet. Recent Data from the Pew Charitable Trusts and other organizations have indicated that we, as a society, have entered a period when people are not sure who or what they should trust, and they often embrace as fact any belief that resonates with their own perception and intuition”.


Non occorre essere un madrelingua per rendersi conto che mentre in inglese “trust” si presta ad essere facilmente equivocato, nella nostra lingua la distinzione tra fiducia e fede è assolutamente più netta con conseguente e per nulla improbabile perfetto “problema” gnoseologico per cui per Tizio “credere nella scienza” equivarrà ad AVERNE FIDUCIA mentre per Caio ad averne fede, con i consueti contrasti di sempre. Nel primo caso non si specula a fini propagandistici e per Tizio l’asserzione (contratta) di Orazio “nessuno è tenuto a giurare sulle parole del proprio maestro” non campeggia a caso sullo stemma della Royal Society ma invita a procedere attraverso la critica, la sperimentazione ed il conseguimento di risultati migliori dei precedenti. Nel secondo caso, i disparati Caio di turno, procedono spediti in senso inverso senza porsi minimamente il problema di poter incorrere in inconcludenti quanto pericolosi scivoloni.

E tanto per non farsi mancare nulla, perché rinunciare ai (fortunatamente quattro gatti messi in croce seppur immancabilmente ben “visibili”) Sempronio che, lancia in resta, sottoscrivono, spesso “ad minchiam” (opinione personale) il culto del DUBBIO in perfetto stile b(r)yoblu, che, inutile dire, è tutt’altra cosa se non l’esposizione di un’unica verità, ovviamente la loro, e per proprietà transitiva unica ed innegabile, senza ovviamente capirne una mazza ma confidando nell’immancabile “cugino” di turno. Tanto per essere chiari, quel manipolo di “combattenti” che avanza al grido del …manoncielodicono e del…quei F.D.B.D hanno la cura per il cancro ma la tengono nascosta, ecc ecc. 

In simili condizioni, la vedo dura, ma tanti auguri ugualmente. 


sabato 21 gennaio 2023

GMP, QUESTE (S)CONOSCIUTE… ED I GENERICI SONO UGUALI E FUNZIONANO BENISSIMO A PRESCINDERE. MA ANCHE NO…SOPRATTUTTO IN EUROPA! (Come si salvaguardia la salute del paziente…con tanti saluti al condizionale).


Prendo spunto dalla notizia che l’FDA rifiuta il biosimilare dell’insulina Biocon (una società biofarmaceutica indiana con sede a Bangalore) per problemi riscontrati nei dati e di produzione

(https://www.chemdiv.com/company/media/pharma-news/2023/fda-rejects-biocon-insulin-biosimilar-over-data-manufacturing-concerns/) per chiarire quanto “a farla sempre semplice” cozzi contro il principio di salvaguardia della salute dei pazienti barcamenandosi tra sicurezza ed efficacia dei farmaci per cui tra “originali” e “generici” non ci siano ombre di differenza alcuna. 


Andando con ordine, prima del 2004 in Europa ad esempio, non era possibile utilizzare principi attivi di medicinali che fossero prodotti in assenza di alcuna autorizzazione inerente la struttura produttiva ed ispezione da parte dell’Agenzia regolatoria ( EMA qui da noi o FDA oltre oceano) e che provenissero da aree geografiche al di fuori dell’Europa ed avvallate solo dalle Autorità dei Paesi di origine. Dal 2004 in poi, certamente per omaggiare i gentilissimi produttori a basso costo, tale normativa fu riposta, quatto quatto, in un cassetto.

Ma cosa centra questa premessa con le GMP? Centra eccome, dal momento che con questo acronimo si intende la totalità delle direttive che mettono nero su bianco come viene prodotto un farmaco e come ne viene garantita la qualità. Tradotto, la garanzia di come tutelare sicurezza e salute dei pazienti.

E le GMP entrano in gioco nel momento in cui produttori extra europei esportavano ed esportano tutt’ora i prodotti intermedi in strutture europee dove, in applicazione alle GMP, vengono completate le fasi per passare dall’intermedio al principio attivo farmaceutico finito. Chiaramente, se una eventuale ispezione evidenziasse anomalie del rispetto delle GMP (Good Manufacturing Practice o Norme di Buona Fabbricazione) ci si troverebbe di fronte ad un vero e proprio “reato” con conseguente emissione di una warning letter, che certamente suona come un marchio tutt’altro che edificante. Nel caso di Biocon , la lettera dell’FDA cita la necessità di ulteriori dati e misure correttive presso gli impianti di produzione a Bangalore, in India. Più in particolare, l’Agenzia, dopo 

aver condotto un'ispezione di pre-approvazione del sito in agosto, rileva osservazioni per migliorare le strategie per il controllo microbico, la supervisione della qualità, e la necessità di aumentare l'uso di applicazioni software e strumenti computerizzati per migliorare la valutazione e le indagini del rischio, oltre ad altri aggiornamenti procedurali ed ammodernamenti delle strutture.


Ora, descrivere in poche righe in cosa consistono le GMP in toto non è cosa di poco conto ma tanto per rendere comprensibile il concetto, basti pensare che un elemento imprescindibile è il “batch record” ossia un documento contenente le istruzioni che devono essere seguite durante la produzione dei farmaci. Include informazioni come il nome del prodotto, il peso e il conteggio di ciascun componente nel farmaco, un elenco di tutti i processi, le procedure da seguire, la resa prevista di ciascun lotto, ecc ecc. Insomma,  a prima vista una montagna di fogli o file (che potrebbero essere tranquillamente “alterati”) ma che nel caso delle GMP è un documento analizzato, visto e rivisto da più analisti ed a cui corrisponde un vero e proprio certificato di nascita registrato elettronicamente su un server e sottoposto a certificazione, per cui eventuali “correzioni” balzerebbero immediatamente all’occhio e lo renderebbero nullo.

In più, ad ulteriore garanzia, si aggiungono le Good Documentation Practice che descrivono gli standard in base ai quali “i vari documenti vengono creati e gestiti” .


Ergo, in Occidente, chi non è in grado di garantire la totalità e l’integrità della documentazione, vedrà solo con il binocolo l’autorizzazione a produrre il farmaco dal momento che, per chi non lo avesse ancora ben chiaro, non sono le analisi e qualche dozzina di dossier che contengono informazioni riguardanti aspetti chimico-farmaceutici, pre-clinici e clinici, strutturati secondo un formato standardizzato (CTD - documento tecnico comune) a garantire la bontà del farmaco ma bensì la certezza di una struttura produttiva certificata ed adeguatamente ispezionata oltre al controllo meticoloso e documentato di tutto l’intero processo.


Ed in Europa? Eccoti sfornata così sui due piedi l’immancabile “via di fuga” baldanzosa quanto “cialtrona” e pensata ad hoc affinché i generici possano “eludere” il normale impianto regolatorio, sotto forma del Certificate of suitability to the European Pharmacopeia (è un certificato che attesta la conformità dei principi attivi farmaceutici (API) o degli ingredienti farmaceutici a quella delle regole dettate dalla monografia della Farmacopea Europea). In buona sostanza un documento di cui si può entrare in possesso con quattro analisi messe in croce e che permette a un principio attivo farmaceutico o a una formulazione di circolare nel “mercato” farmaceutico europeo. Con tanti saluti alle GMP!!!


mercoledì 26 ottobre 2022

UNA “STORIA CONTROVERSA”: LA DIFFRAZIONE ELETTRONICA E LO SVILUPPO DI NUOVI FARMACI.


Premessa: la cristallografia a raggi X rappresenta il gold standard per capire che aspetto abbia una molecola nelle sue tre dimensioni, consentendo in tal modo ai ricercatori di capire esattamente come gli atomi della molecola siano collegati tra loro.

Ciò è reso possibile osservando l’immagine ottenuta dalla diffrazione dei raggi x per cui valutando gli angoli ed altri parametri con cui questi ”escono” dalla molecola, se correttamente decodificati, possono rivelarne le strutture.

Se facciamo un passo indietro sino al 2010, a Tim Gruene, all’epoca ricercatore associato alla Georg-August-Università di Goettingen, giunse all’orecchio che la casa farmaceutica Novartis avesse accumulato qualcosa come 2 milioni di piccole molecole, di cui solo il 10% poteva essere analizzato utilizzando la cristallografia a raggi X, e questo perché, essendo di dimensioni troppo piccole, l’analisi ai raggi X, non era in grado di fornire dati sufficienti per poter essere elaborati.

Credo sia chiaro per tutti che se questi dati risultano ambigui, per i chimici, prendere una “cantonata”, sbagliando ad inquadrarne la struttura, sarebbe un gioco da ragazzi. Soprattutto se il tentativo è volto a comprendere, per la prima volta, il modo in cui la molecola si possa legare al suo sito attivo per migliorare le proprietà biologiche di un composto, esponendosi così al rischio di intraprendere un percorso di sviluppo erroneo che potrebbe costare tempo e denaro.


Anni dopo, quando Gruene si dedicò ad un nuovo progetto per lo studio delle proteine, egli tenne ben in conto di queste difficoltà, per cui nel suo laboratorio impiegò la tecnica della diffrazione elettronica, nota come 3D ED o microED (argomento questo piuttosto controverso) mediante la quale i raggi X furono sostituiti da un fascio di elettroni con cui era possibile ottenere dati da cristalli molto più piccoli (fino a 100 nm), rispetto a quelli ottenibili con i soli raggi X che potevano coinvolgere al massimo cristalli di dimensioni dell’ordine dei micron.

Di lì a pensare di poter usare la diffrazione elettronica per scoprire le caratteristiche di struttura di quei 2 milioni di piccole molecole targate Novartis, per Gruene, fu un attimo. Per questo motivo decise di spostare la propria attenzione dallo studio sulle proteine a quello sulle piccole molecole che avrebbero potuto evolvere in nuovi farmaci innovativi.

Il fatto curioso era che, a quell’epoca, Gruene non era a conoscenza del fatto che già da decenni alcuni gruppi di ricerca avevano sviluppato tecniche basate sulla diffrazione elettronica per analizzare molecole molto piccole, e questo poiché nel campo della chimica organica per lo sviluppo di nuovi medicinali, questa metodica non aveva ancora assolutamente preso piede. 


Una svolta la si ebbe nell'ottobre 2018 quando Gruene, diventato nel frattempo Direttore del Centro per l'analisi della struttura ai raggi X presso l’Università di Vienna, guidò un gruppo di ricerca che rese più comprensibile come adattare un microscopio elettronico in modo che il suo diffrattometro potesse essere utilizzato per comprendere la struttura di molecole organiche di piccole dimensioni (cristalli in polvere ad es). Per farla breve, a tal fine e con un occhio al settore farmaceutico, i ricercatori “aprirono” una compressa  per il trattamento del comune raffreddore, utilizzando la diffrazione elettronica per descrivere la struttura della polvere di paracetamolo rinvenuta all'interno (https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/anie.201811318).

Apriti cielo!!! Il giorno dopo che lo studio di Gruene apparve online, un gruppo di ricercatori, tra i quali Hosea M.Nelson, del Caltech a Pasadena, si affrettò immediatamente a precisare sul server di preprint ChemRxiv (della serie “mamma ci hanno rubato la marmellata”), che la tecnica della diffrazione elettronica per svelare le strutture di piccole molecole organiche, compresi farmaci e prodotti naturali, era da loro ampiamente utilizzata già da parecchi anni.

Sta di fatto che queste esternazioni, contribuirono ad attirare l’attenzione di chi con la chimica organica era da tempo impegnato sul fronte dello sviluppo dei farmaci e che grazie a questa tecnica avrebbero potuto approcciarsi al problema, in modo totalmente alternativo rispetto al passato.


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